AECIO

 

 

 

Personajes

 

AECIO

VALENTINIANO

MÁXIMO

FULVIA

HONORIA

VARO

                      General romano, enamorado de Fulvia   

                   Emperador romano, enamorado de Fulvia

                            Patricio romano, conspirador

                     Hija de Máximo, enamorada de Aecio

              Hermana de Valentiniano, enamorada de Aecio
 
                    Comandante pretoriano, amigo de Aecio

                 Contratenor

                  Contratenor

    
                      Tenor

                       Soprano

                       Soprano
 
                           Tenor

 

La acción se desarrolla en Roma, en el año 454.

ATTO PRIMO


Scena Prima

(Parte del Foro romano con trono imperiale da
un lato. Vista di Roma illuminata in tempo di notte,
con archi trionfali ed altri apparati festivi, apprestati
per celebrare le feste decennali e per onorare il
ritorno d’Ezio, vincitore d’Attila)

MASSIMO
Signor, mai con più fasto
La prole di Quirino
Non celebrò d’ogni secondo lustro
L’ultimo dì. Di tante faci il lume
L’applauso popolar turba alla notte
L’ombre e i silenzi; e Roma
Al secolo vetusto
Più non invidia il suo felice Augusto.

VALENTINIANO
Godo ascoltando i voti
Che a mio favor sino alle stelle invia
Il popolo fedel: le pompe ammiro:
Attendo il vincitor: tutte cagioni
Di gioia a me. Ma la più grande è quella,
Ch’io possa offrir con la mia destra in dono
Ricco di palme alla tua figlia il trono.

MASSIMO
all’umiltà del padre
Apprese Fulvia a non bramare il soglio,
E a non sdegnarlo apprese
Dall’istessa umiltà. Cesare imponga:
La figlia eseguirà.

VALENTINIANO
Fulvia io vorrei
Amante più, men rispettosa.

MASSIMO
È vano
Temer ch’ella non ami
Que’ pregi in te che l’universo ammira.

(fra sè)

Il mio rispetto alla vendetta aspira.

VARO
Ezio s’avanza. Io già le prime insegne
Veggo appressarsi.

VALENTINIANO
Il vincitor s’ascolti:
E sia Massimo a parte
De’ doni che mi fa la sorte amica.

(Valentiniano va sul trono, servito da Varo)

MASSIMO
(fra sè)
Io però non oblio l’ingiuria antica.

Scena Seconda

(Ezio, preceduto da istromenti bellici, schiavi ed
insegne de’ vinti, seguìto da’ soldati vincitori e
popolo, e detti)

EZIO
Signor, vincemmo. Ai gelidi trioni
Il terror de’ mortali
Fuggitivo ritorna. Il primo io sono,
Che mirasse fin ora
Attila impallidir. Non vide il sole
Più numerosa strage. A tante morti
Era angusto il terreno. Il sangue corse
In torbidi torrenti;
Le minacce, i lamenti
S’udiam confusi, e fra i timori e l’ire
Erravano indistinti
I forti, i vili, i vincitori, i vinti.
Né gran tempo dubbiosa
La vittoria ondeggiò. Teme, dispera,
Fugge il tiranno e cede
Di tante ingiuste prede,
Impacci al suo fuggir, l’acquisto a noi.
Se una prova ne vuoi,
Mira le vinte schiere:
Ecco l’armi, le insegne e le bandiere.

VALENTINIANO
Ezio, tu non trionfi
D’Attila sol: nel debellarlo, ancora
Vincesti i voti miei. Tu rassicuri
Su la mia fronte il vacillante alloro:
Tu il marzial decoro
Rendesti al Tebro; e deve
Alla tua mente, alla tua destra audace
L’Italia tutta e libertade e pace.

EZIO
L’Italia i suoi riposi
Tutta non deve a me; v’è chi Li deve
Solo al proprio valore. All’Adria in seno
Un popolo d’eroi s’aduna, e cangia
In asilo di pace
L’instabile elemento.
Con cento ponti e cento
Le sparse isole unisce;
Con le moli impedisce
All’Ocean la libertà dell’onde.
E intanto su le sponde
Stupido resta il pellegrin, che vede,
Di marmi adorne e gravi,
Sorger le mura ove ondeggiàr le navi

VALENTINIANO
Chi mai non sa qual sia
D’Antenore la prole? È noto a noi
Che, più saggia d’ogni altro,
Alle prime scintille
Dell’incendio crudel ch’Attila accese,
Lasciò i campi e le ville,
E in grembo al mar la libertà difese.
So già quant’aria ingombra
La novella cittade; e volgo in mente
Qual può sperarsi adulta,
Se nascente è così.

EZIO
Cesare, io veggo
I semi in lei delle future imprese:
Già s’avvezza a regnar. Sudditi i mari
Temeranno i suoi cenni. Argine all’ire
Sarà de’ regi; e porterà felice,
Con mille vele e mille aperte al vento,
Ai tiranni dell’Asia alto spavento.

VALENTINIANO
Gli augùri fortunati secondi il Ciel.

(scende dal trono)

Fra queste braccia intanto
Tu, del cadente impero e mio sostegno,
Prendi d’amore un pegno. A te non posso
Offrir che i doni tuoi.
Serbami, amico,
Quei doni istessi; e sappi
Che, fra gli acquisti miei,
Il più nobile acquisto, Ezio, tu sei.

Se tu la reggi al volo
Su la tarpea pendice,
L’aquila vincitrice
Sempre tornar vedrò.
Breve sarà per lei
Tutto il cammin del sole;
E allora i regni miei
Col Ciel dividerò.

(parte con Varo e pretoriani)

Scena Terza

(Ezio, Massimo e poi Fulvia con
paggi ed alcuni schiavi)

MASSIMO
Ezio, donasti assai
Alla gloria e al dover: qualche momento
Concedi all’amistà: lascia ch’io stringa
Quella man vincitrice.

(Massimo prende per mano Ezio)

EZIO
Io godo, amico,
Nel rivederti, e caro
M’è l’amor tuo de’ miei trionfi al paro.
Ma Fulvia ove si cela?
Che fa? Dov’è?
Quando ciascun s’affretta
Su le mie pompe ad appagar le ciglia,
La tua figlia non viene?

MASSIMO
Ecco la figlia.

EZIO
(a Fulvia, nell’uscire)
Cara, di te più degno
Torna il tuo sposo, e al volto tuo gran parte
Deve de’ suoi trofei.
Fra l’armi e l’ire
Mi fu sprone egualmente
E la gloria e l’amor: né vinto avrei,
Se premio a’ miei sudori
Erano solo i trionfali allori.
Ma come! A’ dolci nomi
E di sposo e d’amante
Ti veggo impallidir! Dopo la nostra
Lontananza crudel, così m’accogli?
Mi consoli così?

FULVIA
(fra sè)
Che pena!

(Ad Ezio)

Io vengo... signor...

EZIO
Tanto rispetto,
Fulvia, con me! Perché non dir «mio fido»?
Perché «sposo» non dirmi? Ah! tu non sei
Per me quella che fosti.

FULVIA
Oh Dio! son quella;
Ma senti... Ah! genitor, per me favella.

EZIO
Massimo, non tacer.

MASSIMO
Tacqui fin ora,
Perché co’ nostri mali a te non volli
Le gioie avvelenar. Si vive, amico,
Sotto un giogo crudel. Anche i pensieri
Imparano a servir. La tua vittoria,
Ezio, ci toglie alle straniere offese:
Le domestiche accresce. Era il timore
In qualche parte almeno
A Cesare di freno: or che vincesti,
I popoli dovranno
Più superbo soffrirlo e più tiranno.

EZIO
Io tal nol credo. Almeno
La tirannide sua mi fu nascosa.
Che pretende? Che vuol?

MASSIMO
Vuol la tua sposa.

EZIO
La sposa mia! Massimo, Fulvia, e voi
Consentite a tradirmi?

FULVIA
Ahimè!

MASSIMO
Qual arte,
Qual consiglio adoprar?
Vuoi che l’esponga,
Negandola al suo trono,
D’un tiranno al piacer?
Vuoi che su l’orme
Di Virginio io rinnovi,
Per serbarla pudica,
L’esempio in lei della tragedia antica?
Ah! tu solo potresti
Frangere i nostri ceppi,
Vendicare i tuoi torti. Arbitro sei
Del popolo e dell’armi.
A Roma oppressa.
All’amor tuo tradito
Dovresti una vendetta. Al fin tu sai
Che non si svena al Cielo
Vittima più gradita
D’un empio re.

EZIO
Che dici mai! L’affanno
Vince la tua virtù. Giudice ingiusto
Delle cose è il dolor. Sono i monarchi
Arbitri della terra;
Di loro è il Cielo. Ogni altra via si tenti,
Ma non l’infedeltade.

MASSIMO
(abbraccia Ezio)
Anima grande,
Al par del tuo valore
Ammiro la tua fé, che più costante
Nelle offese diviene.

(fra sè)

Cangiar favella e simular conviene.

FULVIA
Ezio così tranquillo
La sua Fulvia abbandona ad altri in braccio?

EZIO
Tu sei pur d’ogni laccio
Disciolta ancora. Io parlerò. Vedrai
Tutto cangiar d’aspetto.

FULVIA
Oh Dio! se parli,
Temo per te.

EZIO
L’imperator fin ora
Dunque non sa ch’io t’amo?

MASSIMO
Il vostro amore
Per tema io gli celai.

EZIO
Questo è l’errore.
Cesare non ha colpa. Al nome mio
Avria cangiato affetto. Egli conosce
Quanto mi deve, e sa ch’opra da saggio
L’irritarmi non è.

FULVIA
Tanto ti fidi?
Ezio, mille timori
Mi turban l’alma. È troppo amante Augusto:
Troppo ardente tu sei. Rifletti, oh Dio!
Pria di parlar. Qualche funesto evento
Mi presagisce il cor. Nacqui infelice,
E sperar non mi lice
Che la sorte per me giammai si cangi.

EZIO
Son vincitor, sai che t’adoro, e piangi?

Pensa a serbarmi, o cara,
I dolci affetti tuoi:
Amami, e lascia poi
Ogni altra cura a me.
Tu mi vuoi dir col pianto
Che resti in abbandono:
No, così vil non sono, e meco ingrato tanto
No, Cesare non è.

(parte)

Scena Quarta

FULVIA
È tempo, o genitore,
Che uno sfogo conceda al mio rispetto.
Tu pria d’Ezio all’affetto
Prometti la mia destra; indi m’imponi
Ch’io soffra, ch’io lusinghi
Di Cesare l’amore; e m’assicuri
Che di lui non sarò. Servo al tuo cenno,
Credo alla tua promessa; e, quando spero
D’Ezio stringer la mano,
Ti sento dir che lo sperarlo è vano.

MASSIMO
Io d’ingannarti, o figlia,
Mai non ebbi il pensier. T’accheta. Al fine,
Non è il peggior de’ mali
Il talamo d’Augusto.

FULVIA
E soffrirai
Ch’abbia sposa la figlia
Chi della tua consorte
Insultò l’onestà? Così ti scordi
Le offese dell’onor? Così t’abbagli
Del trono allo splendor?

MASSIMO
Vieni al mio seno,
Degna parte di me. Quell’odio illustre
Merita ch’io ti scopra
Ciò che dovrei celar. Sappi che ad arte
Dell’onor mio dissimulai le offese.
Perde l’odio palese
Il luogo alla vendetta. Ora è vicina:
Eseguirla dobbiam. Sposa al tiranno,
Tu puoi svenarlo: o almeno
Agio puoi darmi a trapassargli il seno.

FULVIA
Che sento! E con qual fronte
Posso a Cesare offrirmi
Coll’idea di tradirlo? Il reo disegno
Mi leggerebbe in faccia. A’ gran delitti
È compagno il timor.
L’alma ripiena
Tutta della sua colpa
Teme se stessa. È qualche volta il reo
Felice sì, non mai sicuro. E poi
Vindice di sua morte
Il popolo saria.

MASSIMO
L’odia ciascuno:
Vano è il timor.

FULVIA
T’inganni: il volgo insano
Quel tiranno talora,
Che vivente aborrisce, estinto adora.

MASSIMO
Tu l’odio mi rammenti, e poi dimostri
Quell’istessa freddezza
Che disapprovi in me!

FULVIA
Signor, perdona
Se libera ti parlo. Un tradimento
Io non consiglio, allora
Che una viltà condanno.

MASSIMO
Io ti credea,
Fulvia, più saggia e men soggetta a questi
Di colpa e di virtù lacci servili,
Utili all’alme vili,
Inutili alle grandi.

FULVIA
Ah! non son questi
Que’ semi di virtù, che in me versasti
Da’ miei primi vagiti infino ad ora.
M’inganni adesso o m’ingannasti allora?

MASSIMO
Ogni diversa etade
Vuol massime diverse.
Altro a’ fanciulli,
Altro agli adulti è d’insegnar permesso.
Allora io t’ingannai.

FULVIA
M’inganni adesso.
Che l’odio della colpa,
Che l’amor di virtù nasce con noi,
Che da’ principii suoi
L’alma ha l’idea di ciò che nuoce o giova,
Mel dicesti; io lo sento;
ognun lo prova.
E, se vuoi dirmi il ver, tu stesso, o padre,
Quando togliermi tenti
L’orror d’un tradimento, orror ne senti.
Ah! se cara io ti sono,
Pensa alla gloria tua, pensa che vai...

MASSIMO
Taci, importuna. Io t’ho sofferta assai.
Non dar consigli, o, consigliar se brami,
Le tue pari consiglia.
Rammenta ch’io son padre e tu sei figlia.

FULVIA
Caro padre, a me non dei
Rammentar che padre sei:
Io lo so; ma in questi accenti
Non ritrovo il genitor.
Non son io chi ti consiglia:
È il rispetto d’un regnante,
È l’affetto d’una figlia,
È il rimorso del tuo cor.

(parte)

Scena Quinta

MASSIMO
Che sventura è la mia! Così ripiena
Di malvagi è la terra; e, quando poi
Un malvagio vogl’io, son tutti eroi.
Un oltraggiato amore
D’Ezio gli sdegni ad irritar non basta.
La figlia mi contrasta... Eh, di riguardi
Tempo non è. Precipitare omai
Il colpo converrà: troppo parlai.
Pria che sorga l’aurora,
Mora Cesare, mora. Emilio il braccio
Mi presterà. Che può avvenirne? O cade
Valentiniano estinto, e pago io sono;
O resta in vita, ed io farò che sembri
Ezio il fellon.
Facile impresa. Augusto
Invido alla sua gloria,
Rivale all’amor suo, senz’opra mia
Il reo lo crederà. S’altro succede,
Io saprò dagli eventi.
Prender consiglio. Intanto
Il commettersi al caso
Nell’estremo periglio
È il consiglio miglior d’ogni consiglio.

Il nocchier, che si figura
Ogni scoglio, ogni tempesta,
Non si lagni se poi resta
Un mendico pescator.
Darsi in braccio ancor conviene
Qualche volta alla Fortuna;
Ché sovente in ciò che avviene
La Fortuna ha parte ancor.

(parte)

Scena Sesta

(Camere imperiali istoriate di pitture)

ONORIA
Del vincitor ti chiedo,
Non delle sue vittorie: esse abbastanza
Note mi son. Con qual sembiante accolse
L’applauso popolar? Serbava in volto
La guerriera fierezza? Il suo trionfo
Gli accrebbe fasto, o mansueto il rese?
Questo narrami, o Varo, e non le imprese.

VARO
Onoria, a me perdona
Se degli acquisti suoi, più che di lui,
La germana d’Augusto
Curiosa io credei. Sembrano queste
Sì minute richieste
D’amante più che di sovrana.

ONORIA
È troppa
Questa del nostro sesso
Misera servitù. Due volte appena
S’ode da’ labbri nostri
Un nome replicar, che siamo amanti.
Parlano tanti e tanti
Del suo valor, delle sue gesta, e vanno
D’Ezio incontro al ritorno:
Onoria sola
Nel soggiorno è rimasta,
Non v’accorse, nol vide; e pur non basta.

VARO
Un soverchio ritegno
Anche d’amore è segno.

ONORIA
Alla tua fede,
Al tuo lungo servir tollero, o Varo,
Di parlarmi così. Ma la distanza,
Ch’è dal suo grado al mio, teco dovrebbe
Difendermi abbastanza.

VARO
Ognuno ammira
D’Ezio il valor: Roma l’adora: il mondo
Pieno è del nome suo; fino i nemici
Ne parlan con rispetto:
Ingiustizia saria negargli affetto.

ONORIA
Giacché tanto ti mostri
Ad Ezio amico, il suo poter non devi
Esagerar così. Cesare è troppo
D’indole sospettosa.
Vantandolo al germano, uffizio grato
All’amico non rendi.
Chi sa? Potrebbe un dì...
Varo, m’intendi.

VARO
Io, che son d’Ezio amico,
Più cauto parlerò; ma tu, se l’ami,
Mostrati, o principessa,
Meno ingegnosa in tormentar te stessa.

Se un bell’ardire
Può innamorarti,
Perché arrossire,
Perché sdegnarti
Di quello strale
Che ti piagò?
Chi si fe’ chiaro
Per tante imprese,
Già grande al paro
Di te si rese;
Già della sorte
Si vendicò.

(parte)

Scena Settima

ONORIA
Importuna grandezza,
Tiranna degli affetti, e perché mai
Ci neghi, ci contrasti
La libertà d’un ineguale amore,
Se a difender non basti il nostro core?

Quanto mai felici siete,
Innocenti pastorelle,
Che in amor non conoscete
Altra legge che l’amor!
Ancor io sarei felice
Se potessi all’idol mio
Palesar, come a voi lice,
Il desio di questo cor.

(parte)

Scena Ottava

VALENTINIANO
(ad una comparsa che, ricevuto l’ordine, parte)
Ezio sappia ch’io bramo
Seco parlar; che qui l’attendo.

(a Massimo)

Amico,
Comincia ad adombrarmi
La gloria di costui. Ciascun mi parla
Delle conquiste sue: Roma lo chiama
Il suo liberatore: egli se stesso
Troppo conosce. Assicurarmi io deggio
Della sua fedeltà. Voglio d’Onoria
Al talamo innalzarlo, acciò che sia
Suo premio il nodo e sicurezza mia.

MASSIMO
Veramente per lui giunge all’eccesso
L’idolatria del volgo. Omai si scorda
Quasi del suo sovrano,
E un suo cenno potria...
Basta: credo che sia
Ezio fedele, e il dubitarne è vano:
Se però tal non fosse, a me parrebbe
Mal sicuro riparo
Tanto innalzarlo.

VALENTINIANO
Un sì gran dono ammorza
L’ambizion d’un’alma.

MASSIMO
Anzi l’accende.
Quando è vasto l’incendio, è l’onda istessa
Alimento alla fiamma.

VALENTINIANO
E come io spero
Sicurezza miglior? Vuoi ch’io m’impegni
Su l’orme de’ tiranni, e ch’io divenga
All’odio universale oggetto e segno?

MASSIMO
La prima arte del regno
È il soffrir l’odio altrui. Giova al regnante
Più l’odio che l’amor.
Con chi l’offende
Ha più ragion d’esercitar l’impero.

VALENTINIANO
Massimo, non è vero.
Chi fa troppo temersi
Teme l’altrui timor. Tutti gli estremi
Confinano fra loro. Un dì potrebbe
Il volgo contumace
Per soverchio timor rendersi audace.

MASSIMO
Signor, meglio d’ogni altro
Sai l’arte di regnare. Hanno i monarchi
Un lume ignoto a noi.
Parlai fin ora
Per zelo sol del tuo riposo, e volli
Rammentar che si deve
Ad un periglio opporsi infin che è lieve.

Se povero il ruscello
Mormora lento e basso,
Un ramoscello, un sasso
Quasi arrestar lo fa.
Ma se alle sponde poi
Gonfio d’umor sovrasta,
Argine oppor non basta,
E co’ ripari suoi
Torbido al mar sen va.

(parte)

Scena Nona

VALENTINIANO
Del Ciel felice dono
Sembra il regno a chi sta lunge dal trono;
Ma sembra il trono istesso
Dono infelice a chi gli sta d’appresso.

EZIO
Eccomi al cenno tuo.

VALENTINIANO
Duce, un momento
Non posso tollerar d’esserti ingrato.
Il Tebro vendicato,
La mia grandezza, il mio riposo è tutto
Del senno tuo, del tuo valore è frutto.
Se prodigo ti sono
Anche del soglio mio, rendo e non dono:
Onde, in tanta ricchezza, allor che bramo
Ricompensare un vincitore amico,
Trovo (chi ‘l crederia?)
ch’io son mendico.

EZIO
Signor, quando fra l’armi
A pro di Roma, a pro di te sudai,
Nell’opra istessa io la mercé trovai.
Che mi resta a bramar? L’amor d’Augusto
Quando ottener poss’io,
Basta questo al mio cor.

VALENTINIANO
Non basta al mio.
Vuo’ che il mondo conosca
Che, se premiarti appieno
Cesare non poté, tentollo almeno.
Ezio, il cesareo sangue
S’unisca al tuo. D’affetto
Darti pegno maggior non posso mai.
Sposo d’Onoria al nuovo dì sarai.

EZIO
(fra sè)
Che ascolto!

VALENTINIANO
Non rispondi?

EZIO
Onor sì grande
Mi sorprende a ragion. D’Onoria il grado
Chiede un re, chiede un trono:
Ed io regni non ho, suddito io sono.

VALENTINIANO
Ma un suddito tuo pari
È maggior d’ogni re. Se non possiedi,
Tu doni i regni; e il possederli è caso,
Il donarli è virtù.

EZIO
La tua germana,
Signor, deve alla terra
Progenie di monarchi; e meco unita
Vassalli produrrà. Sai che con questi
Ineguali imenei
Ella a me scende,
io non m’innalzo a lei.

VALENTINIANO
Il mondo e la germana
Nell’illustre imeneo punto non perde:
E, se perdesse ancor, quando all’imprese
D’un eroe corrispondo,
Non può lagnarsi e la germana e il mondo.

EZIO
No, consentir non deggio
Che comparisca Augusto,
Per esser grato ad uno, a tanti ingiusto.

VALENTINIANO
Duce, fra noi si parli
Con franchezza una volta. Il tuo rispetto
È un pretesto al rifiuto.
Al fin che brami?
Forse è picciolo il dono?
o vuoi per sempre
Cesare debitor? Superbo al paro
Di chi troppo richiede
È colui che ricusa ogni mercede.

EZIO
E ben, la tua franchezza
Sia d’esempio alla mia. Signor, tu credi
Premiarmi, e mi punisci.

VALENTINIANO
Io non sapea
Che a te fosse castigo
Una sposa germana al tuo regnante.

EZIO
Non è gran premio a chi d’un’altra è amante.

VALENTINIANO
Dov’è questa beltà che tanto indietro
Lascia il merto d’Onoria? È a me soggetta?
Onora i regni miei? Stringer vogl’io
Queste illustri catene.
Spiegami il nome suo.

EZIO
Fulvia è il mio bene.

VALENTINIANO
Fulvia!

EZIO
Appunto.

VALENTINIANO
(Si turba, fra sè)
Oh sorte!

(forte)

Ed ella, sa l’amor tuo?

EZIO
Nol credo.

(fra sè)

Contro lei non s’irriti.

VALENTINIANO
Il suo consenso
Prima ottener procura:
Vedi se tel contrasta.

EZIO
Quello sarà mia cura: il tuo mi basta.

VALENTINIANO
Ma potrebbe altro amante
Ragione aver sopra gli affetti suoi.

EZIO
Dubitarne non puoi. Dov’è chi ardisca
Involar temerario una mercede
Alla man che di Roma il giogo scosse?
Costui non veggo.

VALENTINIANO
E se costui vi fosse?

EZIO
Vedria ch’Ezio difende
Gli affetti suoi, come gl’imperi altrui:
Temer dovrebbe...

VALENTINIANO
E se foss’io costui?

EZIO
Saria più grande il dono,
Se costasse uno sforzo
al cor d’Augusto.

VALENTINIANO
Ma non chiede un vassallo al suo sovrano
Uno sforzo in mercede.

EZIO
Ma Cesare è il sovrano: Ezio lo chiede.
Ezio che fin ad ora
Senza premio servì: Cesare, a cui
È noto il suo dover, che i suoi riposi
Sa che gode per me, che al voler mio,
Quando il soglio abbandona,
Sa che rende e non dona,
e che un momento
Non prova fortunato
Per tema sol di comparirmi ingrato.

VALENTINIANO
(fra sè)
Temerario!

(Ad Ezio)

Credea,
Nel rammentare io stesso i merti tuoi,
Di scemartene il peso.

EZIO
Io li rammento
Quando in premio pretendo...

VALENTINIANO
Non più: dicesti assai;
tutto comprendo.

So chi t’accese:
Basta per ora.
Cesare intese:
Risolverà
Ma tu procura
D’esser più saggio.
Fra l’armi e l’ire
Giova il coraggio:
Pompa d’ardire
Qui non si fa.

(parte)

Scena Decima

EZIO
Vedrem se ardisce ancora
D’opporsi all’amor mio.

FULVIA
Ti leggo in volto,
Ezio, l’ire del cor. Forse ad Augusto
Ragionasti di me?

EZIO
Sì, ma celai
A lui che m’ami; onde temer non dei.

FULVIA
Che disse alla richiesta e che rispose?

EZIO
Non cedé, non s’oppose:
Si turbò; me n’avvidi a qualche segno;
Ma non osò di palesar lo sdegno.

FULVIA
Questo è il peggior presagio. A vendicarsi
Cauto le vie disegna
Chi ha ragion di sdegnarsi e non si sdegna.

EZIO
Troppo timida sei.

Scena Undicesima

ONORIA
Ezio, gli obblighi miei
Sono immensi con te.
Volle il germano
Avvilir la mia mano
Sino alla tua; ma tu però, più giusto,
D’esserne indegno hai persuaso Augusto.

EZIO
No, l’obbligo d’Onoria
Questo non è. L’obbligo grande è quello
Ch’io fui cagion, nel conservarle il soglio,
Ch’or mi possa parlar con quest’orgoglio.

ONORIA
È ver, ti deggio assai: perciò mi spiace
Che ad onta mia mi rendano le stelle
Al tuo amore infelice
Di funeste novelle apportatrice.

(a Fulvia)

Fulvia, ti vuol sua sposa
Cesare al nuovo dì.

FULVIA
Come!

EZIO
Che sento!

ONORIA
Di recartene il cenno
Egli stesso or m’impose. Ezio, dovresti
Consolartene al fin: veder soggetto
Tutto il mondo al suo ben pur è diletto.

EZIO
Ah, questo è troppo! A troppo gran cimento
D’Ezio la fedeltà Cesare espone.
Qual dritto, qual ragione
Ha su gli affetti miei? Fulvia rapirmi?
Disprezzarmi così? Forse pretende
Ch’io lo sopporti? o pure
Vuol che Roma si faccia
Di tragedie per lui scena funesta?

ONORIA
Ezio minaccia; e la sua fede è questa?

EZIO
Se fedele mi brama il regnante,
Non offenda quest’anima amante
Nella parte più viva del cor.
Non si lagni se in tanta sventura
Un vassallo non serba misura,
Se il rispetto diventa furor.

(parte)

Scena Dodicesima

FULVIA
A Cesare nascondi,
Onoria, i suoi trasporti. Ezio è fedele:
Parla così da disperato amante.

ONORIA
Mostri, Fulvia, al sembiante
Troppa pietà per lui, troppo timore.
Fosse mai la pietà segno d’amore?

FULVIA
Principessa, m’offendi. Assai conosco
A chi deggio l’affetto.

ONORIA
Non ti sdegnar così: questo è un sospetto.

FULVIA
Se prestar si dovesse
Tanta fede ai sospetti, Onoria ancora
Dubitar ne faria. Ben da’ tuoi sdegni,
Come soffri un rifiuto, anch’io m’avvedo:
Dovrei crederti amante, e pur nol credo.

ONORIA
Anch’io, quando m’oltraggi
Con un sospetto al fasto mio nemico,
Dovrei dirti «arrogante», e pur nol dico.

Ancor non premi il soglio,
E già nel tuo sembiante
Sollecito l’orgoglio
Comincia a comparir.
Così tu mi rammenti
Che i fortunati eventi
Son più d’ogni sventura
Difficili a soffrir.

(parte)

Scena Tredicesima

FULVIA
Via, per mio danno aduna,
O barbara Fortuna,
Sempre nuovi disastri. Onoria irrita;
Rendi Augusto geloso, Ezio infelice;
Toglimi il padre ancor: toglier giammai
L’amor non mi potrai; ché a tuo dispetto
Sarà per questo core
Trionfo di costanza il tuo rigore.

Fin che un zeffiro soave
Tien del mar l’ira placata,
Ogni nave è fortunata
È felice ogni nocchier.
È ben prova di coraggio
Incontrar l’onde funeste,
Navigar fra le tempeste,
E non perdere il sentier.



ATTO SECONDO


Scena Prima

(Orti palatini, corrispondenti gli appartamenti
imperiali, con viali, spalliere di fiori e fontane
continuate. Nel fondo caduta d’acque, e innanzi
grotteschi e statue)

MASSIMO
Qual silenzio è mai questo! È tutto in pace
L’imperiale albergo. In oriente
Rosseggia il nuovo giorno:
E pur ancor d’intorno
Suon di voci non odo, alcun non miro.
Dovrebbe pure Emilio
Aver compito il colpo. Ei mi promise
Nel tiranno punir tutti i miei torti,
E pigro...

FULVIA
Ah, genitor!

MASSIMO
Figlia, che porti?

FULVIA
Che mai facesti?

MASSIMO
Io nulla feci.

FULVIA
Oh Dio!
Fu Cesare assalito. Io già comprendo
Donde nasce il pensier. Padre, tu sei
Che spingi a vendicarti
La man che l’assalì.

MASSIMO
Ma Cesare morì?

FULVIA
Pensa a salvarti.
Già di guerrieri e d’armi
Tutto il soggiorno è cinto.

MASSIMO
Dimmi se vive o se rimase estinto.

FULVIA
Nol so. Nulla di certo
Compresi nel timor.

MASSIMO
Sei pur codarda.
Vado a chiederlo io stesso.

(in atto di partire, s’incontra in Valentiniano)

Scena Seconda

(Valentiniano senza manto e senza lauro,
con spada nuda er séguito di pretoriani, e detti)

VALENTINIANO
(parlando ad alcuni soldati, che partono)
Ogni via custodite ed ogni ingresso.

MASSIMO
(para sí)
Egli vive! Oh destin!

VALENTINIANO
Massimo, Fulvia,
Chi creduto l’avria?

MASSIMO
Signor, che avvenne?

VALENTINIANO
Ah! maggior fellonia mai non s’intese.

FULVIA
(fra sè)
Misero genitor!

MASSIMO
(fra sè)
Tutto comprese.

VALENTINIANO
Di chi deggio fidarmi? I miei più cari
M’insidiano la vita.

MASSIMO
(fra sè)
Ardir.

(a Valentiniano)

Come! E potrebbe
Un’anima sì rea trovarsi mai?

VALENTINIANO
Massimo, e pur si trova; e tu lo sai.

MASSIMO
Io!

VALENTINIANO
Sì; ma il Ciel difende
Le vite de’ monarchi. Emilio in vano
Trafiggermi sperò. Nel sonno immerso
Credea trovarmi, e s’ingannò. L’intesi
Del mio notturno albergo
L’ingresso penetrare. A’ dubbi passi,
Al tentar delle piume,
Previdi un tradimento. In piè balzai,
Strinsi un acciar; contro il fellon, che fugge,
Fra l’ombre i colpi affretto.
Accorre al grido
Stuol di custodi, e delle aperte logge
Mi veggo, al lume inaspettato e nuovo,
Sanguigno il ferro: il traditor non trovo.

MASSIMO
Forse Emilio non fu.

VALENTINIANO
La nota voce
Ben riconobbi al grido, onde si dolse
Allor che lo piagai.

MASSIMO
Ma per qual fine
Un tuo servo arrischiarsi al colpo indegno?

VALENTINIANO
Il servo lo tentò: d’altri è il disegno.

FULVIA
Oh Dio!

MASSIMO
Lascia ch’io vada in traccia del fellon.

(in atto di partire)

VALENTINIANO
Cura è di Varo:
Tu non partire.

MASSIMO
(fra sè)
Ah, son perduto!

(a Valentiniano)

Io forse Meglio di lui potrò...

VALENTINIANO
Massimo, amico,
Non lasciarmi così: se tu mi lasci,
Donde spero consiglio e donde aita?

MASSIMO
T’ubbidisco.

(para sí)

Io respiro.

FULVIA
(fra sè)
Io torno in vita.

MASSIMO
Ma chi del tradimento tu credi autor?

VALENTINIANO
Puoi dubitarne? In esso
Ezio non riconosci?
Ah! se mai posso
Convincerlo abbastanza, i giorni suoi
L’error mi pagheranno.

FULVIA
(fra sè)
Mancava all’alma mia quest’altro affanno.

MASSIMO
Io non so figurarmi
In Ezio un traditor. D’esserlo almeno
Non ha ragion. Benignamente accolto...
Applaudito da te... come avria core?...
È ben ver che l’amore,
L’ambizion, la gelosia, la lode
Contaminan talor d’altrui la fede.
Ezio amato si vede,
È pien d’una vittoria,
Arbitro è delle schiere...
Eh potrebbe scordarsi il suo dovere.

FULVIA
Tu lo conosci, ed in tal guisa, o padre,
Parli di lui?

MASSIMO
Son d’Ezio amico, è vero,
Ma suddito d’Augusto.

VALENTINIANO
E Fulvia tanto
Difende un traditore? Ah, che il sospetto
Del geloso mio cor vero diviene.

MASSIMO
Credi Fulvia capace
D’altro amor che del tuo?
T’inganni. In lei è pietà la difesa,
e non amore.
La minaccia, l’orrore
Di castigo e di morte
La fanno impietosir. Del sesso imbelle
La natia debolezza ancor non sai?

Scena Terza

VARO
Cesare, in vano il traditor cercai.

VALENTINIANO
Ma dove si celò?

VARO
La nostra cura
Non poté rinvenirlo.

VALENTINIANO
E deggio in questa
Incertezza restar? Di chi fidarmi?
Di chi temer? Stato peggior del mio
Vedeste mai?

MASSIMO
Ti rassicura. Un colpo,
Che a vuoto andò, del traditor scompone
Tutta la trama. Io cercherò d’Emilio;
Io veglierò per te. Del tutto ignoto
L’insidiator non è. Per tua salvezza
D’alcuno intanto assicurar ti puoi.

VALENTINIANO
(a Massimo)
D'eh, m’assistete: io mi riposo in voi.

Vi fida lo sposo,
Vi fida il regnante,
Dubbioso ed amante
La vita e l’amor.
Tu amico, prepara

(a Fulvia)

Soccorso ed aita:
Tu serbami, o cara,
Gli affetti del cor.

(parte con Varo e pretoriani)

Scena Quarta

FULVIA
E puoi d’un tuo delitto
Ezio incolpar! Chi ti consiglia, o padre?

MASSIMO
Folle! La sua ruina
È riparo alla mia: della vendetta
Mi agevola il sentier. S’ei resta oppresso,
Non ha difesa Augusto.
Or vedi quanto è necessaria a noi.
Troppo maggiore
D’un femminil talento
Questa cura saria: lasciane il peso
A chi di te più visse,
E più saggio è di te.

FULVIA
Dunque ti renda l’età più giusto ed il saper.

MASSIMO
Se tento
L’onor mio vendicar, non sono ingiusto:
E se lo fossi ancor, presa è la via,
Ed a ritrarne il piè tardi saria.

FULVIA
Non è mai troppo tardi, onde si rieda
Per le vie di virtù. Torna innocente
Chi detesta l’error.

MASSIMO
Posso una volta
Ottener che non parli? Al fin che brami?
Insegnar mi vorresti
Ciò che da me apprendesti? O vuoi ch’io serva
Al tuo debole amor? Fulvia, raffrena
I tuoi labbri loquaci,
E in avvenir non irritarmi e taci.

FULVIA
Ch’io taccia e non t’irriti, allor che veggio
Il monarca assalito,
Te reo del gran misfatto, Ezio tradito?
Lo tolleri chi può. D’ogni rispetto
O mi disciogli, o, quando
Rispettosa mi vuoi, cangia il comando.

MASSIMO
Ah, perfida! Conosco
Che vuoi sacrificarmi al tuo desio.
Va; dell’affetto mio,
Che nulla ti nascose, empia, t’abusa,
E, per salvar l’amante, il padre accusa.

Va! dal furor portata,
Palesa il tradimento;
Ma ti sovvenga, ingrata!
Il traditor qual è.
Scopri la frode ordita;
Ma pensa in quel momento
Ch’io ti donai la vita,
Che tu la togli a me.

(parte)

Scena Quinta

FULVIA
Che fo? Dove mi volgo? Egual delitto
È il parlare e il tacer. Se parlo, oh Dio!
Son parricida, e nel pensarlo io tremo.
Se taccio al giorno estremo
Giunge il mio bene. Ah! che all’idea funesta
S’agghiaccia il sangue, e intorno al cor s’arresta!
Ah, qual consiglio mai...
Ezio, dove t’inoltri? ove ten vai?

(vedendo Ezio)

EZIO
In difesa d’Augusto. Intesi...

FULVIA
Ah, fuggi!
In te del tradimento cade il sospetto.

EZIO
In me! Fulvia, t’inganni.
Ha troppe prove il Tebro
Della mia fedeltà. Chi seppe ogni altro
Superar con l’imprese,
Maggior d’ogni calunnia anche si rese.

FULVIA
Ma, se Cesare istesso il reo ti chiama,
S’io stessa l’ascoltai!

EZIO
Può dirlo Augusto,
Ma crederlo non può. S’anche un momento
Giungesse a dubitarne, ove si volga
Vede la mia difesa. Italia, il mondo,
La sua grandezza, il conservato impero
Rinfacciar gli saprà che non è vero.

FULVIA
So che la tua ruina
Vendicata saria; ma chi m’accerta
D’una pronta difesa? Ah! s’io ti perdo,
La più crudel vendetta
Della perdita tua non mi consola.
Fuggi, se m’ami; al mio timor t’invola.

EZIO
Tu, per soverchio affetto, ove non sono
Ti figuri i perigli.

FULVIA
E dove fondi questa tua sicurezza?
Forse nel tuo valore? Ezio, gli eroi
Son pur mortali, e il numero gli opprime.
Forse nel merto? Ah! che per questo, o caro,
Sventure io ti predico:
Il merto appunto è il tuo maggior nemico.

EZIO
La sicurezza mia, Fulvia, è riposta
Nel cor candido e puro,
Che rimorsi non ha; nell’innocenza,
Che paga è di se stessa; in questa mano,
Necessaria all’impero. Augusto al fine
Non è barbaro o stolto:
E, se perde un mio pari,
Conosce anche un tiranno
Qual dura impresa è ristorarne il danno.

Scena Sesta

FULVIA
Varo, che rechi?

EZIO
È salva di Cesare la vita? Al suo riparo
Può giovar l’opra mia? Che fa?

VARO
Cesare appunto a te m’invia.

EZIO
A lui dunque si vada.

VARO
Non vuol questo da te; vuol la tua spada.

EZIO
Come!

FULVIA
Il previdi!

EZIO
E qual follia lo mosse? E possibil sarà?

VARO
Così non fosse.
La tua compiango, amico,
E la sventura mia, che mi riduce
Un uffizio a compir contrario tanto
Alla nostra amicizia, al genio antico.

EZIO
Prendi: Augusto compiangi e non l’amico.

(gli dà la spada)

Recagli quell’acciaro
Che gli difese il trono:
Rammentagli chi sono,
E vedilo arrossir.

(a Fulvia)

E tu serena il ciglio,
Se l’amor mio t’è caro:
L’unico mio periglio
Sarebbe il tuo martìr.

(parte con guardie)

Scena Settima

FULVIA
Varo, se amasti mai, de’ nostri affetti
Pietà dimostra, e d’un oppresso amico
Difendi l’innocenza.

VARO
Or che m’è noto
Il vostro amor, la pena mia s’accresce,
E giovarvi io vorrei; ma troppo, oh Dio!
Ezio è di sé nemico: ei parla in guisa
Che irrita Augusto.

FULVIA
Il suo costume altero
È palese a ciascuno. Omai dovrebbe
Non essergli delitto. Al fin tu vedi
Che, se de’ merti suoi così favella,
Ei non è menzognero.

VARO
Qualche volta è virtù tacere il vero.
Se non lodo il suo fasto,
È segno d’amistà. Saprò per lui
Impiegar l’opra mia:
Ma voglia il Ciel che inutile non sia.

FULVIA
Non dir così. Niega agli afflitti aita
Chi dubbiosa la porge.

VARO
Egli è sicuro,
Sol che tu voglia. A Cesare ti dona,
E, consorte di lui, tutto potrai.

FULVIA
Che ad altri io voglia mai,
Fuor che ad Ezio, donarmi? Ah, non fia vero.

VARO
Ma, Fulvia, per salvarlo, in qualche parte
Ceder convien. Tu puoi l’ira d’Augusto
Sola placar. Non differirlo; e in seno
Se amor non hai per lui, fingilo almeno.

FULVIA
Seguirò il tuo consiglio,
Ma chi sa con qual sorte! È sempre un fallo
Il simulare. Io sento
Che vi ripugna il core.

VARO
In simil caso
Il fingere è permesso;
E poi non è gran pena al vostro sesso.

FULVIA
Quel fingere affetto,
Allor che non s’ama,
Per molti è diletto;
Ma «pena» la chiama
Quest’alma non usa
A fingere amor.
Mi scopre, m’accusa,
Se parla, se tace,
Il labbro, seguace
De’ moti del cor.

(parte)

Scena Ottava

VARO
Folle è colui che al tuo favor si fida,
Instabile Fortuna. Ezio, felice,
Della romana gioventù poc’anzi
Era oggetto all’invidia,
Misura ai voti; e in un momento poi
Così cangia d’aspetto,
Che dell’altrui pietà si rende oggetto.
Pur troppo, o Sorte infida,
Folle è colui che al tuo favor si fida.

Nasce al bosco in rozza cuna
Un felice pastorello,
E con l’aure di fortuna
Giunge i regni a dominar.
Presso al trono in regie fasce
Sventurato un altro nasce,
E fra l’ire della sorte
Va gli armenti a pascolar.

(parte)

Scena Nona

(Galleria di statue e di specchi, con sedili intorno
fra’ quali uno innanzi a mano destra, capace di
due persone. Gran balcone aperto in prospetto,
dal quale vista di Roma)

ONORIA
Massimo, anch’io lo veggo; ogni ragione
Ezio condanna. Egli è rival d’Augusto:
Al suo merto, al suo nome
Crede il mondo soggetto. E poi che giova
Mendicarne argomenti? Io stessa intesi
Le sue minacce: ecco l’effetto. E pure,
Incredulo, il mio core
Reo non sa figurarlo e traditore.

MASSIMO
Oh virtù senza pari! È questo in vero
Eccesso di clemenza. E chi dovrebbe
Più di te condannarlo? Ei ti disprezza;
Ricusa quella mano
Contesa dai monarchi. Ogni altra avria...

ONORIA
Ah, dell’ingiuria mia
Non ragionarmi più. Quella mi punse
Nel più vivo del cor. Superbo! ingrato!
Allor che mel rammento,
Tutto il sangue agitar, Massimo, io sento.
Non già però ch’io l’ami, o che mi spiaccia
Di non essergli sposa...
Il grado offeso...
La gloria... l’onor mio...
Son le cagioni...

MASSIMO
Eh, lo conosco anch’io;
Ma nol conosce ognun. Sai che si crede
Più l’altrui debolezza che la virtude altrui.
La tua clemenza
Può comparire amor. Questo sospetto,
Solo con vendicarti
Puoi dileguar. Non aborrire al fine
Una giusta vendetta:
Tanta clemenza a nuovi oltraggi alletta.

ONORIA
Le mie private offese ora non sono
La maggior cura. Esaminar conviene
Del germano i perigli. Ezio s’ascolti,
Si trovi il reo. Potrebbe
Esser egli innocente.

MASSIMO
È vero; e poi
Potrebbe anche pentirsi;
La tua destra accettar...

ONORIA
La destra mia!
Eh non tanto se stessa Onoria oblia.
Se fosse quel superbo
Anche signor dell’universo intero,
Non mi speri ottener; mai non fia vero.

MASSIMO
Or ve’ com’è ciascuno
Facile a lusingarsi! E pure ei dice
Che ha in pugno il tuo voler, che tu l’adori,
Che a suo piacer dispone
D’Onoria innamorata;
Che, s’ei vuol, basta un guardo,
e sei placata.

ONORIA
Temerario! Ah! non voglio
Che lungamente il creda. Al primo sposo,
Che suddito non sia,
saprò donarmi.
Ei vedrà se mancarmi
Possan regni e corone;
E s’ei d’Onoria a suo piacer dispone.

(in atto di partire)

Scena Decima

VALENTINIANO
Onoria, non partir. Per mio riposo
Tu devi ad uno sposo,
Forse poco a te caro, offrir la mano.
Questi ci offese, è ver; ma il nostro stato
Assicurar dobbiamo. Ei ti richiede;
E al pacifico invito
Acconsentir conviene.

HONORIA
(fra sè)
Ezio è pentito

(a Valentiniano)

M’è noto il nome suo?

VALENTINIANO
Pur troppo. Ho pena,
Germana in profferirlo. Io dal tuo labbro
Rimproveri ne attendo. A me dirai
Ch’è un’anima superba,
Ch’è reo di poca fé, che son gli oltraggi
Troppo recenti: io lo conosco; e pure,
Rammentando i perigli,
È forza che a tal nodo io ti consigli.

ONORIA
(fra sè)
Rifiutarlo or dovrei; ma...

(a Valentiniano)

Senti. Al fine,
Se giova alla tua pace,
Disponi del mio cor come a te piace.

MASSIMO
Signore, il tuo disegno
Io non intendo. Ezio t’insidia, e pensi
Solamente a premiarlo?

VALENTINIANO
Ad Ezio io non pensai:
d’Attila io parlo.

ONORIA
(fra sè)
Oh inganno!

(forte)

Attila!

MASSIMO
E come?

VALENTINIANO
Un messaggier di lui
Me ne recò pur ora la richiesta in un foglio.
È questo un segno
Che il suo fasto mancò. Non è l’offerta
Vergognosa per te. Stringi uno sposo,
A cui servono i re: barbaro, è vero;
Ma che può, raddolcito dal tuo nobile amore,
La barbarie cangiar tutta in valore.

ONORIA
Ezio sa la richiesta?

VALENTINIANO
E che! Degg’io
Consigliarmi con lui?
Questo a che giova?

ONORIA
Giova per avvilirlo e perché meno
Necessario si creda:
Giova perché s’avveda
Che al popolo romano
Utile più d’ogni altra è questa mano.

VALENTINIANO
Egli il saprà; ma intanto
Posso del tuo consenso
Attila assicurar?

ONORIA
No: prima io voglio
Vederti salvo. Il traditor si cerchi,
Ezio favelli, e poi
Onoria spiegherà gli affetti suoi.

Fin che per te mi palpita
Timido in petto il cor,
Accendersi d’amor
Non sa quest’alma.
Nell’amorosa face
Qual pace ho da sperar,
Se comincio ad amar
Priva di calma?

(parte)

Scena Undicesima

VALENTINIANO
Olà, qui si conduca il prigionier.

(esce una comparsa, la quale, ricevuto l’ordine, parte)

Ne’ miei timori io cerco
Da te consiglio. Assicurarmi in parte
Potrà d’Attila il nodo?

MASSIMO
Anzi ti espone
A periglio maggior. Cerca il nemico
Sopir la cura tua, fingersi umano,
Avvicinarsi a te. Chi sa che ad Ezio
Non sia congiunto? Il temerario colpo
Gran certezza suppone. E poi t’è noto
Che ad Attila già vinto Ezio alla fuga
Lasciò libero il passo, e a te dovea
Condurlo prigioniero;
Ma non volle, e potea.

VALENTINIANO
Pur troppo è vero.

Scena Dodicesima

FULVIA
Augusto, ah, rassicura
I miei timori! È il traditor palese?
È in salvo la tua vita?

VALENTINIANO
E Fulvia ha tanta cura di me?

FULVIA
Puoi dubitarne? Adoro
In Cesare un amante, a cui fra poco
Con soave catena
Annodarmi dovrò.

(fra sè)

So dirlo appena.

MASSIMO
(fra sè)
Simula, o dice il ver?

VALENTINIANO
Se il mio periglio
Amorosa pietà ti desta in seno,
Grata al mio cor la sicurezza è meno.
Ma potrò lusingarmi della tua fedeltà?

FULVIA
Perfin ch’io viva,
De’ miei teneri affetti avrai l’impero.

(fra sè)

Ezio, perdona.

MASSIMO
(fra sè)
Io non comprendo il vero.

VALENTINIANO
Ah! se d’Ezio non era
La fellonia, saresti già mia sposa.
Ma cara alla sua vita
Costerà la tardanza.

FULVIA
Il gran delitto
Dovresti vendicar. Ma chi dall’ira
Del popolo, che l’ama,
Assicurar ci può? Pensaci, Augusto.
Per te dubbia mi rendo.

VALENTINIANO
Questo sol mi trattiene.

MASSIMO
(fra sè)
Or Fulvia intendo.

FULVIA
E se fosse innocente? Eccoti privo
D’un gran sostegno; eccoti esposto ai colpi
D’ignoto traditore;
Eccoti in odio... Ah, mi si agghiaccia il core!

VALENTINIANO
Volesse il Ciel che reo non fosse!
Ei vieneQui per mio cenno.

FULVIA
(fra sè)
Ah! che farò?

VALENTINIANO
Vedrai ne’ suoi detti qual è.

FULVIA
Lascia ch’io parta.
Col suo giudice solo meglio il reo parlerà.

VALENTINIANO
No, resta.

MASSIMO
(vedendo venire Ezio)
Augusto, Ezio qui giunge.

FULVIA
(fra sè)
Oh Dio!

VALENTINIANO
(a Fulvia)
T’assidi al fianco mio.

FULVIA
Come! Suddita io sono, e tu vorrai...

VALENTINIANO
Suddita non è mai
Chi ha vassallo il monarca.

FULVIA
Ah! non conviene...

VALENTINIANO
Non più: comincia ad avvezzarti al trono.
Siedi.

FULVIA
Ubbidisco.

(fra sè)

In qual cimento io sono!

(siede alla destra di Valentiniano)

Scena Tredicesima

EZIO
(nell’uscire, vedendo Fulvia, si ferma. Fra sè)
Stelle, che miro! In Fulvia
Come tanta incostanza!

FULVIA
(fra sè)
Resisti, anima mia.

VALENTINIANO
Duce, t’avanza.

EZIO
Il giudice qual è? Pende il mio fato
Da Cesare o da Fulvia?

VALENTINIANO
E Fulvia ed io
Siamo un giudice solo. Ella è sovrana,
Or che in lacci di sposo a lei mi stringo.

EZIO
(fra sè)
Donna infedel!

FULVIA
(fra sè)
Potessi dir che fingo!

VALENTINIANO
Ezio, m’ascolta, e a moderare impara,
Per poco almeno, il naturale orgoglio,
Che giovarti non può. Qui si cospira
Contro di me. Del tradimento autore
Ti crede ognun. Di fellonia t’accusa
Il rifiuto d’Onoria, il troppo fasto
Delle vittorie tue, l’aperto scampo
Ad Attila permesso, il tuo geloso
E temerario amor, le tue minacce,
Di cui tu sai che testimonio io sono.
Pensa a scolparti o a meritar perdono.

MASSIMO
(fra sè)
Sorte non mi tradir!

EZIO
Cesare, in vero
Ingegnoso è il pretesto. Ove s’asconde
Costui che t’assalì? Chi dell’insidia
Autor mi afferma? Accusator tu sei
Del figurato eccesso,
Giudice e testimonio a un tempo istesso.

FULVIA
(fra sè)
Oh Dio! si perde.

VALENTINIANO
(fra sè)
E soffrirò l’altero?

EZIO
Ma il delitto sia vero:
Perché si appone a me? Perché d’Onoria
La destra ricusai? Dunque ad Augusto
Serbai la libertà col mio sudore,
Perché a me la togliesse anche in amore?
È d’Attila la fuga che mi convince reo?
Dunque io dovea
Attila imprigionar, perché d’Europa
Tutte le forze e l’armi,
Senza il timor, che le congiunge a noi,
Si volgessero poi contro l’impero?
Cerca per queste imprese altro guerriero.
Son reo, perché conosco
Qual io mi sia, perché di me ragiono.
L’alme vili a se stesse ignote sono.

FULVIA
(para sí)
Partir potessi.

VALENTINIANO
Un nuovo fallo è questa temeraria difesa.
Altro t’avanza per tua discolpa ancor?

EZIO
Dissi abbastanza. Cesare, non curarti
Tutto il resto ascoltar, ch’io dir potrei.

VALENTINIANO
Che diresti?

EZIO
Direi che produce un tiranno
Chi solleva un ingrato.
Anche ai sovrani
Direi che desta invidia
De’ sudditi il valor; che a te dispiace
D’essermi debitor, che tu paventi
In me que’ tradimenti
Che sai di meritar, quando mi privi d’un cor...

VALENTINIANO
Superbo, a questo eccesso arrivi?

FULVIA
(fra sè)
Ahimè!

VALENTINIANO
Punir saprò...

FULVIA
Soffri, se m’ami, che Fulvia parta.
I vostri sdegni irrita l’aspetto mio.

(s’alza)

VALENTINIANO
No, non partir. Tu scorgi
Che mi sdegno a ragion. Siedi, e vedrai
Come un reo pertinace
A convincer m’accingo.

EZIO
(fra sè)
Donna infedel!

FULVIA
(torna a sedere. Fra sè)
Potessi dir che fingo!

MASSIMO
(fra sè)
Tutto fin or mi giova.

VALENTINIANO
Ezio, tu sei
D’ogni colpa innocente.
Invido Augusto
Di cotesta tua gloria, il tutto ha finto.
Solo un giudizio io chiedo
Dall’eccelsa tua mente. Al suo sovrano
Contrastando la sposa,
Il suddito è ribelle?

EZIO
E al suo vassallo,
Che il prevenne in amor, quando la tolga,
Il sovrano è tiranno?

VALENTINIANO
A quel che dici, dunque Fulvia t’amò?

FULVIA
(fra sè)
Che pena!

VALENTINIANO
(a Fulvia)
A lui togli, o cara, un inganno, e di’ s’io fui
Il tuo foco primiero,
Se l’ultimo sarò: spiegalo.

FULVIA
(a Valentiniano)
È vero.

EZIO
Ah perfida, ah spergiura! A questo colpo
Manca la mia costanza.

VALENTINIANO
(ad Ezio)
Vedi se t’ingannò la tua speranza.

EZIO
Non trionfar di me. Troppo ti fidi
D’una donna incostante. A lei la cura
Lascio di vendicarmi. Io mi lusingo
Che ‘l proverai.

FULVIA
(fra sè)
Né posso dir che fingo!

MASSIMO
(fra sè)
E Fulvia non si perde!

EZIO
In questo stato non conosco me stesso.
In faccia a lei
Mi si divide il cor.
Pena maggiore, Massimo,
da che nacqui, io non provai

FULVIA
(fra sè)
Io mi sento morir.

(s’alza piangendo e vuol partire)

VALENTINIANO
Fulvia, che fai?

FULVIA
Voglio partir, ché a tanti ingiusti oltraggi
Più non resisto.

VALENTINIANO
Anzi t’arresta, e siegui
A punirlo così.

FULVIA
No, te ne priego: Lascia ch’io vada.

VALENTINIANO
Io nol consento. Afferma
Per mio piacer di nuovo
Che sospiri per me, ch’io ti son caro,
Che godi alle sue pene...

FULVIA
Ma se vero non è;
s’egli è il mio bene!

VALENTINIANO
Che dici?

MASSIMO
(fra sè)
Ahimè!

EZIO
Respiro.

FULVIA
E sino a quando
Dissimular dovrò? Finsi fin ora,
Cesare, per placarti; Ezio innocente
Salvar credei.
Per lui mi struggo; e sappi
Ch’io non t’amo davvero, e non t’amai.
E se i miei labbri mai
Ch’io t’amo a te diranno,
Non mi credere, Augusto; allor t’inganno.

EZIO
Oh cari accenti!

VALENTINIANO
Ove son io! Che ascolto!
Qual ardir, qual baldanza!

EZIO
(a Valentiniano)
Vedi se t’ingannò la tua speranza.

VALENTINIANO
Ah temerario! ah ingrata! Olà, custodi,
Toglietemi d’avanti
Quel traditor. Nel carcere più orrendo
Serbatelo al mio sdegno.

EZIO
Il tuo furor del mio trionfo è segno.
Chi più di me felice? Io cederei
Per questa ogni vittoria.
Non t’invidio l’impero,
Non ho cura del resto:
È trionfo leggiero
Attila vinto, a paragon di questo.

Ecco alle mie catene,
Ecco a morir m’invio:

(a Valentiniano, accennando Fulvia)

Sì, ma quel core è mio;
Sì, ma tu cedi a me.
Caro mio bene, addio.
Perdona a chi t’adora:
So che t’offesi, allora
Ch’io dubitai di te.

(parte con le guardie)

Scena Quattordicesima

VALENTINIANO
Ingratissima donna, e quando mai
Io da te meritai questa mercede?
Vedi, amico, qual fede
La tua figlia mi serba?

MASSIMO
Indegna! e dove
Imparasti a tradir? Così del padre
La fedeltade imiti? E quando avesti
Questi esempi da me?

FULVIA
Lasciami in pace,
Padre; non irritarmi: è sciolto il freno.
Se m’insulti, dirò...

MASSIMO
Taci, o il tuo sangue...

VALENTINIANO
Massimo, ferma. Io meglio
Vendicarmi saprò. Giacché m’aborre,
Giacché le sono odioso,
Voglio per tormentarla esserle sposo.

FULVIA
Non lo sperar.

VALENTINIANO
Ch’io non lo speri? Infida,
Non sai quanto potrò...

FULVIA
Potrai svenarmi;
Ma per farmi temer debole or sei.
Han vinto ogni timore i mali miei.

La mia costanza
Non si sgomenta;
Non ha speranza,
Timor non ha.
Son giunta a segno
Che mi tormenta,
Più del tuo sdegno,
La tua pietà.

(parte)

Scena Quindicesima

MASSIMO
(fra sè)
Or giova il simular.

(A Valentiniano)

No, non sia vero
Che per vergogna mia viva costei.
Cesare, io corro a lei:
Voglio passarle il cor.

VALENTINIANO
T’arresta, amico.
S’ella muore, io non vivo.
Ancor potrebbe
Quell’ingrata pentirsi.

MASSIMO
Al tuo comando con pena ubbidirò.
Troppo a punirla il dover mi consiglia.

VALENTINIANO
Perché simile a te non è la figlia?

MASSIMO
Col volto ripieno
Di tanto rossore,
Più calma nel seno,
Più pace non ho.
Oh, quanti diranno
Che il perfido inganno
Dal suo genitore
La figlia imparò!

(parte)

Scena Sedicesima

VALENTINIANO
Sdegno, amor, gelosia, cure d’impero,
Che volete da me? Nemico e amante,
E timido e sdegnato a un punto io sono;
E intanto non punisco e non perdono.
Ah! lo so ch’io dovrei
Obliar quell’ingrata. Ella è cagione
D’ogni sventura mia. Ma di tentarlo
Neppure ardisco, e da una forza ignota
Così mi sento oppresso,
Che non desio di superar me stesso.
Che mi giova impero e soglio,
S’io non voglio uscir d’affanni,
S’io nutrisco i miei tiranni
Negli affetti del mio cor?
Che infelice al mondo io sia,
Lo conosco, è colpa mia;
Non è colpa dello sdegno,
Non è colpa dell’amor.



ATTO TERZO


Scena Prima

(Atrio delle carceri con cancelli di ferro in
prospetto, che conducono a diverse prigioni.
Guardie a vista su la porta de’ detti cancelli)

ONORIA
(alle guardie)
Ezio qui venga.
È questa gemma il segno

(fra sè)

Del cesareo volere. Il suo periglio
Mi fa più amante; e la pietà, ch’io sento
Nel vederlo infelice,
Tal fomento è all’amor, ch’io non so come
Si forma nel mio petto
Di due diversi affetti un solo affetto.
Eccolo. Oh, come altero,
Come lieto s’avanza!
O quell’alma è innocente, o non è vero
Che immagine dell’alma è la sembianza.

(esce Ezio da uno de’ cancelli, presso
de’ quali restano le guardie)

EZIO
Questi del tuo germano
Son, principessa, i doni. Avresti mai
Potuto immaginarlo? In pochi istanti
Tutto cangiò per me. Cinto d’allori
Del giorno al tramontar tu mi vedesti;
E poi co’ lacci intorno
Tu mi rivedi all’apparir del giorno.

ONORIA
Ezio, qualunque nasce alle vicende
Della sorte è soggetto. Il primo esempio
Dell’incostanza sua, duce, non sei.
L’ingiustizia di lei
Tu potresti emendar. Per mia richiesta
Cesare l’ira sua tutta abbandona:
T’ama, ti vuole amico,
e ti perdona.

EZIO
E il crederò?

ONORIA
Sì. Né domanda Augusto
Altra emenda da te che il suo riposo.
Del tentativo ascoso
Scopri la trama, e appieno
Libero sei. Può domandar di meno?

EZIO
Non è poca richiesta. Ei vuol ch’io stesso
M’accusi per timore. Ei vuole a prezzo
Dell’innocenza mia
Generoso apparir. Sa la mia fede,
Prova rossor nell’oltraggiarmi a torto;
Perciò mi vuole o delinquente o morto.

ONORIA
Dunque con tanto fasto
Lo sdegno tuo giustificar non dei;
E, se innocente sei, placide, umìli
Sian le tue scuse. A lui favella in modo
Che non possa incolparti,
Che non abbia coraggio a condannarti.

EZIO
Onoria, per salvarmi
Ad esser vile io non appresi ancora.

ONORIA
Ma sai che corri a morte?

EZIO
E ben, si mora!
Non è il peggior de’ mali
Al fin questo morir; ci toglie almeno
Dal commercio de’ rei.

ONORIA
Pensar dovresti
Che per la patria tua poco vivesti.

EZIO
Il viver si misura
Dall’opre e non dai giorni. Onoria, i vili,
Inutili a ciascuno,
a sé mal noti,
Cui non scaldò di bella gloria il foco,
Vivendo lunga età vissero poco.
Ma coloro che vanno
Per l’orme ch’io segnai,
Vivendo pochi dì, vissero assai.

ONORIA
Se di te non hai cura,
Abbila almen di me.

EZIO
Che dici?

ONORIA
Io t’amo:
Più tacerlo nol so. Quando mi veggo
A perderti vicina, i torti oblio;
Ed è poca difesa
Alla mia debolezza il fasto mio.

EZIO
Onoria, e tu sei quella
Che umiltà mi consigli?
In questa guisa
Insuperbir mi fai. Potessi almeno,
Come i tuoi pregi ammiro, amarti ancora!
D'eh, consenti ch’io mora. Ezio piagato
Per altro stral ti viverebbe ingrato.

ONORIA
Viva ingrato, mi renda
D’ogni speranza priva,
Mi sprezzi pur, mi sia crudel; ma viva.
E se pur la tua vita
Aborrisci così, perché m’è cara,
Cerca almeno una morte
Che sia degna di te. Coll’armi in pugno
Mori vincendo; onde t’invidi il mondo,
Non ti compianga.

EZIO
O in carcere o fra l’armi,
Ad altri insegnerò come si mora.
Farò invidiarmi in questo stato ancora.

Guarda pria se in questa fronte
Trovi scritto alcun delitto,
E dirai che la mia sorte
Desta invidia e non pietà.
Bella prova è d’alma forte
L’esser placida e serena,
Nel soffrir l’ingiusta pena
D’una colpa che non ha.

(rientra nelle carceri, accompagnato dalle guardie)

Scena Seconda

ONORIA
Oh Dio, chi ‘l crederebbe! Al fato estremo
Egli lieto s’appressa;
io gelo e tremo.

VALENTINIANO
E ben, da quel superbo
Che ottenesti, o germana?

ONORIA
Io nulla ottenni.

VALENTINIANO
Già lo predissi. Eh si punisca. Omai
È viltade il riguardo.

ONORIA
E pur non posso
Crederlo reo. D’alma innocente è segno
Quella sua sicurezza.

VALENTINIANO
Anzi è una prova
Del suo delitto. Il traditor si fida
Nell’aura popolar. Vuo’ che s’uccida.

ONORIA
Meglio ci pensa. Ezio è peggior nemico
Forse estinto che vivo.

VALENTINIANO
E che far deggio?

ONORIA
Cerca vie di placarlo: il suo segreto
Sveller da lui senza rigor procura.

VALENTINIANO
E qual via non tentai?

ONORIA
La più sicura.
Ezio, per quel ch’io vedo
È debole in amor: per questa parte
Assalirlo conviene. Ei Fulvia adora:
Offrila all’amor suo; cedila ancora.

VALENTINIANO
Quanto è facile, Onoria,
A consigliare altrui fuor del periglio!

ONORIA
Signor, nel mio consiglio io ti propongo
Un esempio a seguir.
Sappi che amante
Io sono al par di te, né perdo meno:
Fulvia è la fiamma tua, per Ezio io peno.

VALENTINIANO
E l’ami?

ONORIA
Sì. Nel consigliarti or vedi
Se facile son io, come tu credi.

VALENTINIANO
Ma troppo ad eseguir duro consiglio
Mi proponi, o germana.

ONORIA
Il tuo coraggio, la tua virtù faccia arrossir la sorte.
Una donna t’insegna ad esser forte.

VALENTINIANO
Oh Dio!

ONORIA
Vinci te stesso. I tuoi vassalli
Apprendano qual sia D’Augusto il cor...

VALENTINIANO
Non più: Fulvia m’invia:
Facciasi questo ancor. Se tu sapessi
Che sforzo è il mio, quanto il cimento è duro...

ONORIA
Dalla mia pena il tuo dolor misuro:
Ma soffrilo. Nel duolo
Pur è qualche piacer non esser solo.

Peni tu per un’ingrata,
Un ingrato adoro anch’io:
È il tuo fato eguale al mio;
È nemico ad ambi Amor.
Ma, s’io nacqui sventurata
Se per te non v’è speranza,
Sia compagna la costanza,
Come è simile il dolor.

(parte)

Scena Terza

VALENTINIANO
Olà! Varo si chiami.

(una comparsa esce, e parte per eseguire il comando)

A questo eccesso
Della clemenza mia se il reo non cede,
Un momento di vita Più lasciargli non vuo’.

VARO
Cesare.

VALENTINIANO
Ascolta.
Disponi i tuoi più fidi
Di questo loco in su l’oscuro ingresso;
E se al mio fianco appresso
Ezio non è, s’io non gli son di guida,
Quando uscir lo vedrai, fa che s’uccida.

VARO
Ubbidirò. Ma sai
Qual tumulto destò d’Ezio l’arresto?

VALENTINIANO
Tutto m’è noto. A questo
Già Massimo provvede.

VARO
È ver, ma temo...

VALENTINIANO
Eh! taci: adempi il cenno, e fa che il colpo
Cautamente succeda. Udisti?

VARO
Intesi.

(parte)

VALENTINIANO
(alle guardie de’ cancelli)
Il prigionier qui rieda.

(per se stesso)

Tacete, o sdegni miei:
l’odio sepolto resti nel cor,
non comparisca in volto.

Con le procelle in seno
Sembri tranquillo il mar;
E un zeffiro sereno
Col placido spirar
Finga la calma.
Ma, se quel cor superbo
L’istesso ancor sarà,
Vi lascio in libertà,
Sdegni dell’alma.

Scena Quarta

MASSIMO
Signor, tutto sedai. D’Ezio la morte
A tuo piacere affretta:
Roma t’applaude; ogni fedel l’aspetta.

VALENTINIANO
Ma che vuoi? Mi si dice
Che un barbaro, che un empio,
Che un incauto son io. Gli esempi altrui
Seguitar mi conviene.

MASSIMO
Come! Perché?

VALENTINIANO
T’accheta: Ezio già viene.

Scena Quinta

(Ezio incatenato esce dai cancelli, e detti)

MASSIMO
(fra sè)
Chi mai lo consigliò!

EZIO
Dal carcer mio
Richiamato, io credei
D’incamminarmi ad un supplizio ingiusto:
Ma ne incontro un peggior; rivedo Augusto.

VALENTINIANO
(fra sè)
Che audace!

(Ad Ezio)

Ezio, fra noi
Più d’odio non si parli. Io vengo amico:
Il mio rigor detesto; E voglio...

EZIO
Io so che vuoi: m’è noto il resto.
Onoria ti prevenne; il tutto intesi.
S’altro a dirmi non hai,
Torno alla mia prigion; seco parlai.

VALENTINIANO
Non potea dirti Onoria
Quanto offrirti vogl’io.

EZIO
Lo so; mel disse:
Che la mia libertà, che il primo affetto,
Che l’amistà d’Augusto i doni sono.

VALENTINIANO
Ma non disse il maggior.

Scena Sesta

VALENTINIANO
(accennando Fulvia)
Vedi qual dono.

EZIO
Fulvia!

MASSIMO
(fra sè)
Che mai sarà! L’alma s’agghiaccia.

FULVIA
Da Fulvia che si vuol?

VALENTINIANO
Che ascolti e taccia.

(ad Ezio)

Ti sorprende l’offerta. Ella è sì grande,
Che crederla non sai, ma temi in vano:
La promisi: l’affermo; ecco la mano.

EZIO
A qual prezzo però mi si concede
D’esserne possessor?

VALENTINIANO
Poco si chiede.
Tu sei reo per amor: chi visse amante
Facilmente ti scusa.
Altro non bramo che un ingenuo parlar.
Tutto il disegno svelami,
te ne priego, acciò non viva
Cesare più co’ suoi timori intorno.

EZIO
(a Fulvia)
Addio, mia vita: alla prigione io torno.

VALENTINIANO
(fra sè)
E il soffro?

FULVIA
(fra sè)
Ahimè!

VALENTINIANO
(ad Ezio)
Senti. E lasciar tu vuoi,
stinato a tacer, Fulvia, che tanto
Fedel ti corrisponde?
Parla.

(fra sè)

Né meno il traditor risponde.

MASSIMO
(fra sè)
Quanti perigli!

VALENTINIANO
Ezio, m’ascolti? Intendi
Che parlo a te? Son tali i detti miei,
Che un reo, come tu sei, debba sprezzarli?

EZIO
Quando parli così, meco non parli.

VALENTINIANO

Eh! si risolva.

(forte)

Olà, custodi!

FULVIA
(a Valentiniano)
Ah! prima
Lo sdegno tuo contro di me si volga.

VALENTINIANO
(a Fulvia)
Né puoi tacere?

(a le guardie)

Il prigionier si sciolga.

(si tolgono le catene ad Ezio)

EZIO
Come!

FULVIA
(fra sè)
Che veggio!

MASSIMO
(fra sè)
Oh stelle!

VALENTINIANO
Al fin conosco che innocente tu sei.
Tanta costanza
Nel ricusar la sospirata sposa,
No, che un reo non avrebbe.
Ezio, mi pento
Del mio rigore: emenderanno i doni
Le ingiuste offese de’ sospetti miei.
Vanne; Fulvia è già tua; libero sei.

FULVIA
(fra sè)
Felice me!

EZIO
La prima volta è questa
Ch’io mi confondo, e con ragion. Chi mai
Un monarca rivale a questo segno
Generoso sperò! La tua diletta
Mi cedi, e non rammenti!...

VALENTINIANO
Omai t’affretta.
Impaziente attende
Roma di rivederti. A lei ti mostra:
Dilegua il suo timor. Tempo non manca
A’ reciprochi segni
D’affetto, d’amistà.

EZIO
Del fasto mio
Or, Cesare, arrossisco; e tanto dono...

VALENTINIANO
Ezio, va pur: conoscerai qual sono.

EZIO
Se la mia vita
Dono è d’Augusto,
Il freddo Scita,
L’Etiope adusto
Al piè di Cesare
Piegar farò.
Perché germoglino
Per te gli allori,
Mi vedrai spargere
Nuovi sudori;
Saprò combattere,
Morir saprò.

(parte)

Scena Settima

VALENTINIANO
(fra sè)
Va pur, te n’avvedrai.

MASSIMO
(fra sè)
Perdo ogni speme.

FULVIA
Generoso monarca, il Ciel ti renda
Quella felicità che rendi a noi.
I benefìci tuoi
Sempre rammenterò. Lascia che intanto
Su quell’augusta mano un bacio imprima.

VALENTINIANO
No, Fulvia: attendi prima
Che sia compìto il dono: ancor non sai
Quanto ogni voto avanza,
Quanto il dono è maggior di tua speranza.

MASSIMO
Cesare, che facesti? Ah, questa volta
T’ingannò la pietade.

VALENTINIANO
E pur vedrai
Che giova la pietà, ch’io non errai.
Ogni cura, ogni tema
Terminata sarà.

MASSIMO
Qual pace acquisti,
Se torna in libertà?

Scena Ottava

VALENTINIANO
Varo, eseguisti?

VARO
Eseguito è il tuo cenno:
Ezio morì.

FULVIA
Come! che dici?

VARO
(a Valentiniano)
Al varco
L’attesero i miei fidi: ei venne; e prima
Che potesse temerne, il sen trafitto
Si vide; sospirò, cadde fra loro.

MASSIMO
(fra sè)
Oh sorte inaspettata!

FULVIA
Oh Dio! mi moro.

(si appoggia ad una scena, coprendosi il volto)

VALENTINIANO
(a Varo)
Corri; l’esangue spoglia
Nascondi ad ogni sguardo: ignota resti
D’Ezio la morte ad ogni suo seguace.

VARO
Sarà legge il tuo cenno.

(parte)

VALENTINIANO
E Fulvia tace?
Or è tempo che parli. E perché mai
«Generoso monarca» or non mi dice?

FULVIA
(come sopra)
Ah, tiranno! Io vorrei...
Sposo infelice!

MASSIMO
Un primo sfogo al suo dolore ingiusto
Lascia, o signor.

Scena Nona

ONORIA
Liete novelle, Augusto.

VALENTINIANO
Che reca Onoria? Il volto suo ridente
Felicità promette.

ONORIA
Ezio è innocente.

VALENTINIANO
Come?

ONORIA
Emilio parlò. L’empio ministro
Nelle mie stanze io ritrovai celato,
Già vicino a morir.

MASSIMO
(fra sè)
Son disperato.

VALENTINIANO
Nelle tue stanze?

ONORIA
Sì. Da te ferito,
La scorsa notte ivi s’ascose. Intesi
Dal labbro suo ch’Ezio è innocente. Augusto,
Non mentisce chi more.

VALENTINIANO
E l’alma rea,
Che gli commise il colpo,
Almen ti palesò?

ONORIA
Mi disse: ‘È quella
Che a Cesare è più cara, e che da lui
Fu oltraggiata in amor.’

VALENTINIANO
Ma il nome?

ONORIA
Emilio
A dirlo si accingea, tutta su i labbri
L’anima fuggitiva egli raccolse;
Ma l’estremo sospiro il nome involse.

VALENTINIANO
Oh sventura!

MASSIMO
(fra sè)
Oh periglio!

FULVIA
(a Valentiniano)
Or di’, tiranno,
S’era infido il mio sposo,
Se fu giusto il punirlo. Or che mi giova
Che tu il pianga innocente? Or chi la vita,
Empio! gli renderà?

ONORIA
Fulvia, che dici?
Ezio morì?

FULVIA
Sì, principessa. Ah! Fuggi dal barbaro germano:
egli è una fiera che si pasce di sangue,
E di sangue innocente. Ognun si guardi;
Egli ha vinto i rimorsi; orror non sente
Della sua crudeltà, gloria non cura:
Pur la tua vita, Onoria, è mal sicura.

ONORIA
Ah, inumano! E potesti...

VALENTINIANO
Onoria, oh Dio!
Non insultarmi: io lo conosco, errai;
Ma di pietà son degno
Più che d’accuse. Il mio timor consiglia.
Son questi i miei più cari: in qual di loro
Cercherò il traditor,
s’io non gli offesi?

ONORIA
Chi mai non offendesti? Il tuo pensiero
Il passato raccolga, e non si scordi
Di Massimo la sposa, i folli amori,
L’insidiata onestà.

MASSIMO
(fra sè)
Come salvarmi!

VALENTINIANO
E dovrò figurarmi
Che i benefìci miei meno ei rammenti
Che un giovanil trasporto?

ONORIA
E ancor non sai
Che l’offensore oblia,
Ma non l’offeso, i ricevuti oltraggi?

FULVIA
(fra sè)
Ecco il padre in periglio.

VALENTINIANO
Ah! che pur troppo
Tu dici il ver; ma che farò?

ONORIA
Consigli or pretendi da me? Se fosti solo
A fabbricarti il danno,
Solo al riparo tuo pensa, o tiranno.

(parte)

Scena Decima

MASSIMO
Cesare, alla mia fede
Troppo ingrato sei tu, se ne sospetti.

VALENTINIANO
Ah! che d’Onoria ai detti
Dal mio sonno io mi desto:
Massimo, di scolparti il tempo è questo.
Fin che il reo non si trova,
Il reo ti crederò.

MASSIMO
Perché? Qual fallo?
Sol perché Onoria il dice?
Che ingiustizia è la tua!

FULVIA
(fra sè)
Padre infelice!

VALENTINIANO
Giusto è il timor. Disse morendo Emilio
Che il traditor m’è caro,
Ch’io l’offesi in amor: tutto conviene,
Massimo, a te. Se tu innocente sei,
Pensa a provarlo: assicurarmi intanto
Di te vogl’io.

FULVIA
(fra sè)
M’assista il Ciel!

VALENTINIANO
Qual altro insidiar mi potea?
Olà!

FULVIA
Barbaro, ascolta: io son la rea.
Io commisi ad Emilio
La morte tua. Quella son io, che tanto
Cara ti fui per mia fatal sventura.
Io, perfido! son quella
Che oltraggiasti in amor, quando ad Onoria
Offristi il mio consorte. Ah! se nemici
Non eran gli astri a’ desiderii miei,
Vendicata sarei,
Regnerebbe il mio sposo; il mondo e Roma
Non gemerebbe oppressa
Da un cor tiranno e da una destra imbelle.
Oh sognate speranze! oh avverse stelle!

MASSIMO
(fra sè)
Ingegnosa pietade!

VALENTINIANO
Io mi confondo.

FULVIA
(fra sè)
Il genitor si salvi,
e pera il mondo.

VALENTINIANO
Tradimento sì reo pensar potesti?
Eseguirlo, vantarlo?

FULVIA
Ezio innocente
Morì per colpa mia: non vuo’ che mora
Innocente, per Fulvia, il padre ancora.

VALENTINIANO
Massimo è fido almeno.

MASSIMO
Adesso, Augusto,
Colpevole son io. Se quell’indegna
Tanto obliar la fedeltà poteo,
Nell’error della figlia il padre è reo.
Puniscimi, assicura
I giorni tuoi col mio morir. Potrebbe
Il naturale affetto,
Che per la prole in ogni petto eccede,
Del padre un dì contaminar la fede.

VALENTINIANO
A suo piacer la sorte
Di me disponga: io m’abbandono a lei.
Son stanco di temer. Se tanto affanno
La vita ha da costar, no, non la curo.
Nelle dubbiezze estreme
Per mancanza di speme io m’assicuro.

Per tutto il timore
Perigli m’addita.
Si perda la vita,
Finisca il martire;
È meglio morire
Che viver così.
La vita mi spiace,
Se il fato nemico
La speme, la pace,
L’amante, l’amico
Mi toglie in un dì.

(parte)

Scena Undicesima

MASSIMO
Partì una volta. Io per te vivo, o figlia
Io respiro per te. Con quanta forza
Celai fin or la tenerezza! Ah, lascia,
Mia speme, mio sostegno,
Cara difesa mia, che al fin t’abbracci.

(vuole abbracciar Fulvia)

FULVIA
Vanne, padre crudel.

MASSIMO
Perché mi scacci?

FULVIA
Tutte le mie sventure
Io riconosco in te. Basta ch’io seppi,
Per salvarti, accusarmi.
Vanne; non rammentarmi
Quanto per te perdei,
Qual son io per tua colpa, e qual tu sei.

MASSIMO
E contrastar pretendi al grato genitor
questo d’affetto testimonio verace? Vieni...

(vuole abbracciarla)

FULVIA
Ma per pietà lasciami in pace.
Se grato esser mi vuoi, stringi quel ferro:
Svenami, o genitor. Questa mercede
Col pianto in su le ciglia
Al padre, che salvò, chiede una figlia.

MASSIMO
Tergi le ingiuste lagrime;
Dilegua il tuo martirio,
Ché, s’io per te respiro,
Tu regnerai per me.
Di raddolcirti io spero
Questo penoso affanno
Col dono d’un impero,
Col sangue d’un tiranno,
Che delle nostre ingiurie
Punito ancor non è.

(parte)

Scena Dodicesima

FULVIA
Misera, dove son! L’aure del Tebro
Son queste ch’io respiro?
Per le strade m’aggiro
Di Tebe e d’Argo; o dalle greche sponde
Di tragedie feconde,
Vennero a questi lidi
Le domestiche Furie
Della prole di Cadmo e degli Atridi?
Là d’un monarca ingiusto
L’ingrata crudeltà m’empie d’orrore:
D’un padre traditore
Qua la colpa m’agghiaccia;
E lo sposo innocente ho sempre in faccia.
Oh immagini funeste!
Oh memorie! oh martirio!
Ed io parlo, infelice, ed io respiro?

Ah! non son io che parlo,
È il barbaro dolore,
Che mi divide il core,
Che delirar mi fa.
Non cura il ciel tiranno
L’affanno in cui mi vedo:
Un fulmine gli chiedo,
E un fulmine non ha.

(parte)

Scena Tredicesima

(Campidoglio antico, con popolo)

MASSIMO
Inorridisci, o Roma:
D’Attila lo spavento, il duce invitto,
Il tuo liberator cadde trafitto.
E chi l’uccise?
Ah! l’omicida ingiusto fu l’invidia d’Augusto.
Ecco in qual guisa premia un tiranno.
Or che farà di noi
Chi tanto merto opprime? Ah! vendicate,
Romani, il vostro eroe. La gloria antica
Rammentatevi omai: da un giogo indegno
Liberate la patria, e difendete
Dai vicini perigli
L’onor, la vita, le consorti e i figli.

(in atto di partire)

VARO
Massimo, ferma: e qual desio ribelle,
Qual furor ti consiglia?

MASSIMO
Varo, t’accheta, o al mio pensier t’appiglia.
Chi vuol salva la patria
Stringa il ferro e mi segua.

(tutti snudan la spada accennando il Campidoglio)

Ecco il sentiero,
Onde avrà libertà
Roma e l’impero.

(parte, seguìto da tutti, verso il Campidoglio)

VARO
Che indegno! Egli la morte
D’un innocente affretta,
E poi Roma solleva alla vendetta.
Va pur: forse il disegno
A chi lo meditò sarà funesto:
Va, traditor... Ma qual tumulto è questo?

(s’ode brevissimo strepito di trombe e timpani)

Già risonar d’intorno a Campidoglio io sento
Di cento voci e cento
Lo strepito guerrier.
Che fo? Si vada, e sia
Stimolo all’alma mia
Il debito d’amico,
Di suddito il dover.

(parte)

Scena Quattordicesima

(Si vedono scendere dal Campidoglio, combattendo,
le guardie imperiali coi sollevati. Siegue zuffa, la quale
terminata, esce Valentiniano senza manto, con spada
rotta, difendendosi da due congiurati; e poi Massimo
colla spada alla mano, indi Fulvia)

VALENTINIANO
(a Massimo)
Ah, traditori! Amico,
Soccorri il tuo signor.

MASSIMO
Fermate! Io voglio il tiranno svenar.

FULVIA
(si frappone)
Padre, che fai?

MASSIMO
Punisco un empio.

VALENTINIANO
È questa di Massimo la fede?

MASSIMO
Assai fin ora
Finsi con te. Se il mio comando Emilio
Mal eseguì, per questa man cadrai.

VALENTINIANO
Ah, iniquo!

FULVIA
Al sen d’Augusto
Non passerà quel ferro,
Se me di vita il genitor non priva.

MASSIMO
Cesare morirà.

Scena Ultima

(Ezio e Varo con spade nude, popolo
e soldati; indi Onoria e detti)

EZIO, VARO
Cesare viva.

FULVIA
Ezio!

VALENTINIANO
Che veggo!

MASSIMO
Oh sorte!

(getta la spada)

ONORIA
È salvo Augusto?

VALENTINIANO
(accenna Ezio)
Vedi chi mi salvò!

ONORIA
(ad Ezio)
Duce, qual nume
Ebbe cura di te?

EZIO
Di Varo amico il zelo e la pietà.

VALENTINIANO
Come?

VARO
Eseguita
Finsi di lui la morte: io t’ingannai;
Ma in Ezio il tuo liberator serbai.

FULVIA
Provvida infedeltà!

EZIO
Permette il Cielo
Che tu debba i tuoi giorni,
Cesare, a questa mano,
Che credesti infedel. Vivi: io non curo
Maggior trionfo; e, se ti resta ancora
Per me qualche dubbiezza in mente accolta,
Eccomi prigioniero un’altra volta.

VALENTINIANO
Anima grande, eguale
Solamente a te stessa! In questo seno
Della mia tenerezza,
Del pentimento mio ricevi un pegno:

(accenna Fulvia)

Eccoti la tua sposa.
Onoria al nodo d’Attila si prepari:
io so che lieta la tua man
generosa a Fulvia cede.

ONORIA
È poco il sacrificio a tanta fede.

EZIO
Oh contento!

FULVIA
Oh piacer!

EZIO
Concedi, Augusto, la salvezza di Varo,
Di Massimo la vita ai nostri prieghi.

VALENTINIANO
A tanto intercessor nulla si nieghi.

CORO
Della vita nel dubbio cammino
Si smarrisce l’umano pensier.
L’innocenza è quell’astro divino,
Che rischiara fra l’ombre il sentier.



ACTO PRIMERO


Escena Primera

(Foro romano con el trono imperial a un lado.
Se ve Roma iluminada por la noche, con arcos
triunfales y otros adornos festivos, preparados
para celebrar las fiestas decenales y honrar el
regreso de Aecio, vencedor de Atila)

MÁXIMO
Señor, nunca con más fastuosidad
el pueblo romano celebró
el último día de cada segundo lustro.
La luz de numerosas antorchas
y el aplauso popular turban la noche,
las sombras y los silencios;
Esta Roma no tiene nada que envidiar
a la del feliz Augusto.

VALENTINIANO
Gozo escuchando los votos que en mi favor
hasta a las estrellas eleva el pueblo fiel.
Espero al vencedor entre tanta pompa.
Hoy todo es motivo de alegría para mí,
pero la más grande es la de poder ofrecerle
como obsequio a tu hija,
mi mano y mi glorioso trono.

MÁXIMO
De la humildad de su padre
aprendió Fulvia a no desear el trono;
y por esa misma humildad
a no desdeñarlo también aprendió.
Que el César mande: que mi hija obedecerá.

VALENTINIANO
Mas a Fulvia quisiera ver más enamorada
y menos respetuosa.

MÁXIMO
Es vano temer
que ella no ame las cualidades que tú tienes
y que el universo admira.

(para sí)

En cuanto a mi, sólo aspiro a la venganza.

VARO
Aecio se acerca.
Ya los primeros estandartes veo acercarse.

VALENTINIANO
Escuchemos al triunfador
y sea Máximo partícipe
de los dones que me otorga el destino propicio.

(Valentiniano sube al trono, asistido por Varo)

MÁXIMO
(para sí)
Y sin embargo, yo no olvido la antigua afrenta.

Escena Segunda

(Aecio, precedido por una banda militar,
esclavos y estandartes de los vencidos,
seguido por sus soldados y el pueblo

AECIO
¡Señor, vencimos!
A sus heladas tierras retorna en fuga
el terror de los mortales.
Soy el primero que vio a Atila palidecer.
No ha visto el sol una matanza mayor.
Para tantos muertos
era estrecho el campo de batalla.
La sangre corrió como turbios torrentes.
Los gritos y lamentos se oían confusos y,
entre los temores y la ira,
se mezclaban indistintos los valientes, los viles,
los vencedores y los vencidos.
Tras un momento de incertidumbre
la victoria tremoló.
El tirano temeroso, desesperó y huyó,
cediendo su preciado botín.
Obstaculizamos su retirada y ganamos la batalla.
Si una prueba quieres de ello,
mira estas escuadras derrotadas:
¡He aquí sus armas, sus insignias y sus banderas!

VALENTINIANO
Aecio, tú no sólo triunfaste sobre Atila,
sino que al derrotarlo,
también confirmas mi votos.
Tú reafirmas sobre mi frente el vacilante laurel.
Tú has devuelto el marcial decoro al Tíber.
Toda Italia debe
a tu capacidad y a tu mano audaz
la libertad y paz.

AECIO
Italia no debe su paz totalmente a mí;
sino que se la debe a su propio valor.
El seno del Adriático
a un pueblo de héroes reúne
y transforma en un refugio de paz
al inestable océano marino.
Con cientos y cientos de puentes
las dispersas islas une;
y con su poder impide a las olas
moverse en libertad.
Y mientras tanto, en sus playas,
anonadado queda el peregrino
viendo surgir engalanadas de mármoles
las murallas donde protegidos recalan sus barcos.

VALENTINIANO
¿Quién no conoce
a los descendientes de Antenor?
Bien sabemos que más sabios que otros pueblos,
ante las primeras chispas
del cruel incendio provocado por Attila,
dejaron los campos y las villas,
y en el seno del mar su libertad defendieron.
Sé cuantas tempestades amenazan
a la joven ciudad de Venecia
y pienso en lo que podrá esperarse de ella
cuando sea adulta, si al nacer, ha obrado así.

AECIO
César, yo veo en ella
la simiente de futuras empresas.
Reina sin temor pues los mares sumisos
temerán tus designios.
Freno de las iras de los reinos serán
y con sus miles de velas desplegadas al viento,
llenarán de temor a los tiranos del Asia.

VALENTINIANO
Que esos afortunados augurios secunde el Cielo.

(baja del trono)

Entre estos brazos mientras tanto tú,
del imperio y de mí mismo,
recibe una prenda de amor.
No puedo ofrecerte nada
que supere tus propias virtudes.
Conserva, amigo, tus cualidades;
y ten por seguro que entre mi conquistas,
la más noble, Aecio, eres tú.

Si tú diriges su vuelo
sobre la Tarpeya ladera,
al águila vencedora
siempre veré regresar.
Breve será para ella
todo el trayecto del sol;
y entonces, mis reinos
con el cielo compartiré.

(parte con Varo y los pretorianos)

Escena Tercera

(Aecio, Máximo y luego Fulvia
con pajes y algunos esclavos)

MÁXIMO
Aecio, mucho diste a la gloria y al deber,
concede ahora unos momentos
a la amistad.
¡Deja que estreche tu mano triunfadora!

(Máximo toma a Aecio por su mano)

AECIO
Disfruto, amigo, de volver a verte
y mucho aprecio tu afecto
tanto como mis propios triunfos.
Pero ¿dónde se esconde Fulvia?
¿Qué hace? ¿Dónde está?
Cuando todos se apresuran a ver
las pompas que me son deparadas
¿tu hija no viene?

MÁXIMO
He aquí a mi hija.

AECIO
(a Fulvia, que se presenta)
Querida, más digno de ti
regresa tu prometido,
y gran parte de sus trofeos
los debe a tu rostro.
En medio del combate y la ira
fue para mi como un aliciente.
No sólo la gloria y el amor
fueron el premio a mis esfuerzos,
sino también tu rostro que estaba
junto a los triunfales laureles... ¡Pero cómo!
¿Ante las palabras de tu prometido palideces?
¿Después de tan cruel separación, así me recibes?
¿Así me consuelas?

FULVIA
(para sí)
¡Qué angustia!

(A Aecio)

Vengo... señor...

AECIO
¡Tanto respeto, Fulvia, conmigo!
¿Por qué no dices "mi fiel amante"?
¿Por qué no me llamas "esposo"?
¡Ah, ya no eres para mí la que fuiste!

FULVIA
¡Oh, dioses! ¡Soy la misma! Pero escucha...
¡Ah, padre, habla por mí!

AECIO
¡Máximo, habla!

MÁXIMO
Callé hasta ahora porque no quise
con nuestros males enturbiar tu dicha.
Estamos viviendo, amigo, bajo un yugo cruel.
Hasta las ideas pueden ser peligrosas.
Tu victoria, Aecio, nos ha librado
de las amenazas extranjeras,
pero las domésticas aumentan.
Era ése el temor, al menos en parte,
el que al César frenaba;
ahora que venciste, el pueblo deberá soportarlo
más soberbio y tirano.

AECIO
No creo tal cosa, a menos que su tiranía
la compruebe yo mismo.
¿Qué pretende? ¿Qué quiere?

MÁXIMO
¡Desea a tu prometida!

AECIO
¡Mi prometida! Máximo, ¿Fulvia?
¿Y vosotros consentís traicionarme?

FULVIA
¡Ay de mí!

MÁXIMO
¿Qué hacer?
¿Qué consejo seguir?
¿Quieres que arriesgue su vida
negándole el trono y el deseo
a un tirano?
¿Quieres que, imitando a Virginio,
renueve en ella,
para conservarla púdica,
el ejemplo de la antigua tragedia?
¡Ah, sólo tú podrías
romper nuestros cepos,
y vengar tus ofensas!
Árbitro eres del pueblo y de las armas.
A la Roma oprimida,
a tu amor traicionado
le debes la venganza.
Tú sabes bien que no hay para el cielo
una víctima más agradable
que rey un impío.

AECIO
¡Qué dices!
La angustia doblega tu virtud.
Juez injusto es el dolor.
Son los monarcas árbitros de la tierra;
de ellos es el Cielo.
Intentemos otro camino, pero no la traición.

MÁXIMO
(abrazando a Aecio)
¡Alma grande!
Junto con tu valor
admiro tu fidelidad, que más constante
se vuelve ante las ofensas.

(para sí)

Conviene cambiar de tema y simular.

FULVIA
Aecio, ¿tan tranquilo dejas
en brazos de otro a tu Fulvia?

AECIO
Sin embargo tú estás, todavía,
libre de toda atadura.
Yo hablaré y verás como todo cambiará.

FULVIA
¡Oh, dioses!
Si hablas, temo por ti.

AECIO
¿Entonces, el emperador
no sabe que yo te amo?

MÁXIMO
Tu amor
por temor mantuve oculto.

AECIO
Ése es el error.
El César no tiene la culpa. Ante mi nombre
hubiera cambiado de parecer.
Él sabe cuánto me debe
y sabe que no es juicioso irritarme.

FULVIA
¿Tanto confías en ti mismo?
Aecio, mil temores turban mi alma.
Demasiado ama Augusto;
demasiado ardiente eres tú.
Reflexiona ¡oh, dioses! antes de hablar.
Mi corazón presagia
algún acontecimiento funesto.
Nací infeliz y mi suerte no cambiará.

AECIO
Soy un vencedor, ¿sabes que te adoro, y lloras?

Piensa en conservar para mi ¡oh, querida!
tu dulce cariño.
Ámame y deja
toda otra preocupación para mí.
Tú me quieres decir con tu llanto
que te sientes abandonada.
No, yo no soy tan vil
y César no será tan ingrato conmigo.

(parte)

Escena Cuarta

FULVIA
Ya es hora ¡oh, padre!
que un desahogo me concedas.
Tú habías prometido mi mano a Aecio;
luego me impusiste que soportara y alentara
el amor del César;
y me aseguraste que de él no sería.
Cumplo tu mandato,
creo en tu promesa y,
cuando espero estrechar la mano de Aecio,
te oigo decir que es una vana esperanza.

MÁXIMO
Jamás tuve ¡oh, hija! la intención de engañarte.
Cálmate. Al fin de cuentas,
no es el peor de los males
el tálamo nupcial del Augusto.

FULVIA
¿Y soportarías
que tu hija despose
a quien insultó la honestidad de tu esposa?
¿Así te olvidas de la ofensa
hecha a tu honor?
¿Así te ciega el esplendor del trono?

MÁXIMO
Ven a mi seno,
digna parte de mí mismo.
Ese odio ilustre merece que te revele
lo que debería ocultarte.
Con arte supe disimular la ofensa a mi honor.
El odio deja paso a la venganza.
La hora está cercana, debemos cumplirla.
Tú te casas con el tirano y puedes matarlo,
o por lo menos facilitarme la ocasión
de atravesar su corazón.

FULVIA
¡Qué oigo!
¿Cómo puedo ofrecerme al César
con la idea de traicionarlo?
Tan cruel deseo se leería en mi rostro.
A los granes delitos acompaña el temor.
Totalmente colmada el alma de su culpa
se teme a sí misma.
El criminal es a veces exitoso,
pero nunca está a salvo.
Y además, el pueblo sería
el vengador de su muerte.

MÁXIMO
Todos lo odian:
Tu temor es en vano.

FULVIA
Te engañas. A veces el vulgo insano
a aquel tirano que en vida aborrece,
muerto lo adora.

MÁXIMO
¡Tu odio me manifiestas,
y luego demuestras la misma frialdad
que en mí desapruebas!

FULVIA
Señor, perdona
si libremente te hablo.
Una traición yo no aconsejo,
cuando una vileza condeno.

MÁXIMO
Yo te creía más sabia, Fulvia,
y menos sometida a esos lazos serviles
de culpabilidad y de virtud,
que son útiles al alma vil,
e inútiles a las almas grandes.

FULVIA
¡Ah! Ésas no son otra cosa que
las semillas de virtud que en mí sembraste
desde mis primeros llantos hasta ahora.
¿Me engañas ahora o me engañaste entonces?

MÁXIMO
Cada diferente etapa de la vida
necesita principios diferentes.
Es lícito enseñar unos a los niños,
y otros a los adultos.
Entonces no te engañé.

FULVIA
Me engañas ahora.
El odio hacia la culpa,
el amor a la virtud nace con nosotros.
Desde el principio el alma tiene conciencia
de lo que es bueno y malo.
Me lo dijiste; yo lo siento así;
todos lo experimentan.
Y, si quieres dime la verdad, tú mismo,
¡oh, padre! cuando intentas inducirme
a una horrorosa traición, horror sientes de ello.
¡Ah! si me aprecias,
piensa en tu gloria, piensa en que vas a...

MÁXIMO
¡Calla, insolente! Ya te soporté demasiado.
No des consejos,
y si quieres darlos, aconseja a tus pares.
Recuerda que yo soy tu padre y tú eres mi hija.

FULVIA
Querido padre, a mí no debes
recordarme que eres mi padre.
Yo lo sé; pero en esas palabras
no hallo a mi progenitor.
No soy yo quien te aconseja,
es el respeto a un rey,
es el cariño de una hija,
es el remordimiento de tu propio corazón.

(sale)

Escena Quinta

MÁXIMO
¡Qué desdicha la mía!
Así está colmada de malvados la tierra;
y, cuando un malvado necesito, son todos héroes.
El ultrajado amor de Aecio
su desdén no alcanzan para irritarlo.
La hija me contraría...
¡Ah, no es el tiempo de miramientos!
Conviene más apresurar el golpe que hablar.
Antes de que surja la aurora,
que muera el César, que muera.
Emilio me ayudará. ¿Qué puede ocurrir?
O cae Valentiniano muerto,
y quedo yo satisfecho;
o sigue vivo, y entonces yo haré
que Aecio parezca ser el traidor.
Fácil empresa. El Augusto,
envidioso de su gloria y su rival en el amor,
sin que yo apenas haga nada lo creerá culpable.
Si otra cosa sucede,
yo sabré enterarme y buscar consejo.
Mientras tanto
abocarse a los hechos en el mayor peligro
es el mejor consejo de todos.

El timonel,
que teme a todos los riscos,
a cada tempestad,
que no se queje si sigue siendo un pobre pescador.
Aún así, a veces conviene
darle el brazo a la Fortuna;
pues a menudo en todo lo que ocurre
la Fortuna tiene su participación.

(parte)

Escena Sexta

(Aposentos imperiales adornados de pinturas)

HONORIA
Sobre el triunfador te pregunto,
no sobre sus victorias, que bastante las conozco.
¿Con qué semblante acogió el aplauso popular?
¿Conservaba en su rostro la guerrera fiereza?
¿Su triunfo incrementó su orgullo
o se mantuvo sosegado?
¡Eso cuéntame, oh Varo, y no sus campañas!

VARO
Honoria, perdonadme si pensé
que la hermana del Augusto
estaba más interesada
en las conquistas de Aecio que en él mismo.
Vuestras preguntas parecen más
las de una amante que las de una soberana.

HONORIA
¡Basta, ya es suficiente!
Esa es la miserable condena de nuestro sexo.
Apenas de nuestros labios se oye dos veces
pronunciar un nombre,
cuando se nos considera amantes.
Hablan tanto y tanto de su valor,
de sus proezas...
todos van al encuentro de Aecio.
Honoria, en cambio,
sola en su cuarto, no corrió hacia él,
no lo ha visto; y eso no le basta.

VARO
Una excesiva moderación
también es una señal de amor.

HONORIA
Sólo por tu fidelidad
y por tus prolongados servicios ¡oh, Varo!
tolero que me hables así.
Pero la distancia que hay de tu rango al mío,
debería ser suficiente para defenderme.

VARO
Todos admiran el valor de Aecio.
Roma lo adora, todo el mundo lo conoce;
hasta sus enemigos
hablan de él con respeto.
Sería una injusticia negarle el afecto.

HONORIA
Puesto que tan amigo te muestras de Aecio,
su poder no deberías así exagerar.
El César es muy desconfiado.
Alabándolo ante mi hermano,
no le haces ningún favor a tu amigo.
¿Quién sabe?
Un día podía...
Varo, tú me entiendes.

VARO
Yo, que soy amigo de Aecio,
más cautamente hablaré; pero tú, si lo amas,
¡oh, princesa! muéstrate menos dispuesta
a atormentarte a ti misma.

Si una bella pasión
puede enamorarte,
¿por qué ruborizarte
por desdeñar
esa flecha
que te impactó?
Quien se hizo ilustre
con tantas hazañas,
ya se ha puesto
a la par tuya;
ya del destino
se vengó.

(parte)

Escena Séptima

HONORIA
Molesta grandeza,
tirana de los afectos,
¿por qué me niegas, por qué me impides
la libertad de un amor desigual,
y a defender llegas ahora mi corazón?

¡Qué felices sois,
inocentes pastorcitas,
que no conocéis
otra ley que el amor!
También yo sería feliz
si pudiera revelarle a mi amado,
como lo hacéis vosotras,
el deseo de mi corazón.

(sale)

Escena Octava

VALENTINIANO
(a un sirviente que, recibida la orden, sale)
¡Que Aecio sepa que yo deseo hablar con él;
qué aquí lo espero!

(a Máximo)

Amigo.
Empieza a ofuscarme su gloria.
Todos me hablan de sus conquistas.
Roma lo llama su libertador.
Él lo sabe demasiado bien.
Debo asegurarme de su fidelidad.
Quiero que se case con Honoria
y que ese matrimonio sea
su premio y mi seguridad.

MÁXIMO
Verdaderamente la idolatría
del vulgo por él llega a tal exceso
que casi se olvida de su real soberano.
Una señal suya podría...
¡Basta, creo que Aecio es leal
y dudar de él es en vano!
Si, pero así no fuera,
me parece que no sería conveniente
elevarlo tan alto casándolo con tu hermana.

VALENTINIANO
Un regalo tan grande amortiguará
la ambición de su alma.

MÁXIMO
Más bien la enciende.
Cuando es vasto el incendio,
la ola es la que alimenta la llama.

VALENTINIANO
¿Y cómo puedo lograr seguridad?
¿Quieres que yo siga las huellas de los tiranos
y que me vuelva el destinatario
del odio universal?

MÁXIMO
La primer consecuencia de reinar
es sufrir el odio ajeno.
Conviene al rey más el odio que el amor.
Así tiene justificación
para ejercitar el poder sobre quien lo ofende

VALENTINIANO
Máximo, no es verdad.
Quien hace que le teman mucho
teme el temor ajeno.
Todos los extremos se tocan.
Un día podría, el vulgo contumaz,
por excesivo temor volverse audaz.

MÁXIMO
Señor, mejor que cualquier otro
conoces el arte de reinar.
Tienen a los monarcas
una habilidad desconocida para nosotros.
Hablé hasta ahora velando por tu tranquilidad
y quise recordarte que los peligros
se los debe enfrentar aunque sean leves.

Si un pobre arroyito
corre murmurando lento y suave,
una ramita, una simple piedra
casi lo puede detener.
Pero si sus orillas
invade con ímpetu,
no hay dique que se le oponga
y con su oleaje
turbulento llega al mar.

(sale)

Escena Novena

VALENTINIANO
El reino parece un feliz don del Cielo
para quien está alejado del trono;
pero el trono mismo parece un regalo desdichado
para quien está cerca de él.

AECIO
Aquí estoy, a tus órdenes.

VALENTINIANO
General, no puedo soportar un momento más
sabiéndome ingrato.
El Tíber ha sido vengado,
toda mi grandeza y mi tranquilidad
son fruto de tu capacidad y valor.
Si pródigo te soy
también de mi trono te soy deudor.
Por tanto, ahora, ante tanta riqueza,
deseo recompensar a un amigo victorioso.
Me doy cuenta ¿quién lo creería?
que soy un mendigo.

AECIO
Señor, cuando con las armas
por Roma y por ti combatí,
en la misma empresa la recompensa encontré.
¿Qué me queda por desear?
El amor del Augusto es cuanto puedo obtener,
eso es suficiente para mi corazón.

VALENTINIANO
No es suficiente para el mío.
Quiero que el mundo sepa
que si el César no pudo premiarte como se debe,
al menos lo intentó.
Aecio, que la cesárea sangre se una a la tuya.
Darte una prenda de mayor afecto
no me es posible.
Mañana mismo serás el esposo de Honoria.

AECIO
(para sí)
¡Qué escucho!

VALENTINIANO
¿No contestas?

AECIO
Honor tan grande me sorprende realmente.
El rango de Honoria exige un rey,
¡exige un trono!
Y yo no tengo reino, sólo soy un súbdito suyo.

VALENTINIANO
Pero tú eres un súbdito superior a cualquier rey.
Si no posees, riquezas y reinos;
y poseerlos fuera necesario,
donarlos es una virtud.

AECIO
Tu hermana, señor,
debe entregar a la tierra
una descendencia de reyes;
y unida a mí, vasallos producirá.
Sabes que con este casamiento asimétrico
ella desciende hasta mí
pero yo no me elevo hasta ella.

VALENTINIANO
El mundo y mi hermana
con este ilustre himeneo no pierden nada.
Y, si aún así perdieran, dado que las hazañas
de un héroe así lo exigen,
no pueden quejarse ni mi hermana ni el mundo.

AECIO
No, no puedo consentir que parezca Augusto,
por ser agradecido con uno,
injusto con muchos.

VALENTINIANO
General, entre nosotros, hablemos con franqueza.
Tu respeto es un pretexto para el rechazo.
En definitiva ¿qué deseas?
¿Quizás es pequeño mi regalo?
¿o quieres que el César
sea por siempre tu deudor?
Soberbio me parece
quien demasiado solicita
y rechaza toda merced.

AECIO
Y bien, que tu franqueza
sea ejemplo para la mía.
Señor, tú crees premiarme, y me castigas.

VALENTINIANO
No sabía
que para ti fuese un castigo
desposar a la hermana de tu soberano.

AECIO
No es un gran premio para quien ama a otra.

VALENTINIANO
¿Dónde está esa belleza
que desplaza los méritos de Honoria?
¿Es súbdita mía? ¿Honra mi reino?
Quiero ajustar esas ilustres cadenas.
Revélame su nombre.

AECIO
Fulvia es mi bienamada.

VALENTINIANO
¡Fulvia!

AECIO
Precisamente.

VALENTINIANO
(Se turba, para sí)
¡Oh, destino!

(en voz alta)

Y ella, ¿sabe de tu amor?

AECIO
No lo creo.

(para sí)

No quiero que se irrite contra ella.

VALENTINIANO
Procura obtener primero
su consentimiento.
Ve si te acepta.

AECIO
Ésa será mi preocupación: la tuya me basta.

VALENTINIANO
Pero otro amante podría tener
derechos sobre sus sentimientos.

AECIO
No puede rechazarme.
¿Dónde puede estar el temerario que se atreva
a arrebatar su mano a quien sacudió
el yugo de Roma? No creo que exista.

VALENTINIANO
¿Y si ése hombre existiera?

AECIO
Vería que Aecio defiende su amor
como un valiente legionario.
Temer debería...

VALENTINIANO
¿Y si ese hombre fuera yo?

AECIO
Sería más grande el regalo,
si costara un sacrificio
al corazón del Augusto.

VALENTINIANO
Pero un vasallo no pide a su soberano
un sacrificio como merced.

AECIO
Pero el César es el soberano, Aecio se lo pide.
Aecio que hasta ahora sin recompensa sirvió;
y el César, conoce su deber
y sabe que su tranquilidad me la debe a mí,
y cual es mi deseo.
Cuando el trono abandona,
sabe que es deudor y no paga,
y que un sólo momento
no podrá vivir feliz
por temor de ser ingrato conmigo.

VALENTINIANO
(para sí)
¡Temerario!

(A Aecio)

¿Creías,
que recordándome tus méritos,
cambiarías mi voluntad?

AECIO
Yo los recuerdo
porque en premio pretendo...

VALENTINIANO
¡Basta ya!
Mucho dijiste; todo lo comprendo.

Sé qué es lo que te impulsa.
¡Basta por ahora!
El César entendió
y resolverá,
pero tú procura
ser más sabio.
En el combate,
la ira ayuda al coraje;
pero aquí,
la osadía no sirve de nada.

(sale)

Escena Décima

AECIO
Veremos si aún así se atreve
a oponerse a mi amor.

FULVIA
Leo en tu rostro, Aecio,
la ira que hay en tu corazón.
¿Quizás con el Augusto hablaste de mí?

AECIO
Sí, pero le oculté que tú me amas.
Así pues no debes tener temor alguno.

FULVIA
¿Qué dijo de tu deseo? ¿Qué contestó?

AECIO
No cedió, ni se opuso,
pero sí se turbó, me di cuenta de ello.
No osó revelar su indignación.

FULVIA
Ése es el peor presagio.
Quien debiera indignarse y no se indigna,
busca arteramente la forma de vengarse

AECIO
Eres demasiado temerosa.

Escena Undécima

HONORIA
Aecio, me siento muy obligada hacia ti.
Mi hermano quiso humillarme
otorgándote mi mano;
pero tú en cambio, más atinado,
persuadiste al Augusto
de que eres indigno de ello.

AECIO
No, Honoria no me está obligada por esto.
Tu gran obligación surge del hecho de que yo
te he conservado el derecho de un trono,
lo que ahora me permite hablar con orgullo.

HONORIA
Es cierto, mucho te debo, por eso lamento que,
para mi vergüenza, me hagan las estrellas
portadora de nuevas y funestas noticias
para tu desdichado amor.

(a Fulvia)

Fulvia, el César quiere
que seas su esposa mañana mismo.

FULVIA
¡Cómo!

AECIO
¡Qué oigo!

HONORIA
Él mismo me ordenó que personalmente
que te comunicara su orden.
Aecio, deberías consolarte,
pues verás a tu amada como soberana del mundo.

AECIO
¡Ah, es demasiado!
César somete a Aecio a una gran prueba.
¿Qué derecho tiene sobre mis sentimientos?
¡Me arrebata a Fulvia! ¿Así me desprecia?
¿Quizás pretende que yo lo soporte?
¿O acaso quiere que Roma sea
el escenario de una tragedia
originada por él mismo?

HONORIA
Aecio ¿lo amenazas? ¿Es ésa tu fidelidad?

AECIO
Si fiel me desea el soberano,
que no ofenda mi alma amante
en la parte más viva del corazón.
Que no se queje si ante tanta desdicha
un vasallo no guarda su compostura,
si el respeto se convierte en furor.

(sale)

Escena Duodécima

FULVIA
Honoria, al César debes ocultar sus arrebatos.
Aecio es fiel.
Habla así por ser un amante desesperado.

HONORIA
Fulvia, en tu semblante evidencias
demasiada piedad y demasiado temor por él.
¿Es acaso esa piedad un signo de amor?

FULVIA
Princesa, me ofendes.
Sé muy bien a quién debo mi afecto.

HONORIA
No te indignes así, era sólo una sospecha.

FULVIA
Si debiéramos prestar tanta credibilidad
a las sospechas, Honoria, aún yo debería dudar.
Yo advierto indignación en ti.
¿Debería creer que estás enamorada?...
Pero sin embargo no lo creo.

HONORIA
Dado que me ultrajas con una sospecha
sobre mi felicidad ¿debería llamarte arrogante?
Pero sin embargo no lo hago.

Todavía no subiste al trono
y ya en tu semblante
solicito el orgullo
empieza a asomarse.
Tú me recuerdas
que los dichosos eventos
son más difíciles de sobrellevar
que las propias desdichas

(sale)

Escena Decimotercera

FULVIA
¡Oh, suerte cruel!
Para mi mal siempre convocas nuevas desgracias.
A Honoria irritas;
Vuelves al Augusto celoso y a Aecio infeliz.
Podrás quitarme a mi padre,
pero jamás podrás quitarme mi amor,
que a despecho tuyo, será un triunfo
de la constancia de mi corazón sobre tu rigor.

Cuando un céfiro suave
calma la ira del mar embravecido,
toda nave es afortunada
y es feliz todo piloto.
Es una real prueba de coraje
encontrarse con olas funestas,
navegar en medio de las tempestades,
y no perder el rumbo.



ACTO SEGUNDO


Escena Primera

(Jardines palatinos, correspondientes al sector
del emperador, con caminos, canteros de flores
y numerosas fuentes. En el fondo una cascada y
delante, bustos y estatuas)

MÁXIMO
¡Qué silencio hay aquí!
Está totalmente tranquilo el imperial alojamiento.
En oriente amanece el nuevo día,
y sin embargo aún, en los alrededores,
no oigo sonidos de voces, ni veo a nadie.
Emilio debería haber dado ya el golpe.
Él me prometió castigar
todas las ofensas que me hizo el tirano,
Él tarda...

FULVIA
¡Ah, padre!

MÁXIMO
¿Hija, qué haces?

FULVIA
¿Qué hiciste?

MÁXIMO
Yo nada hice.

FULVIA
¡Oh, dioses, el César ha sido atacado!
Yo ya sé de donde nació la idea.
Padre, tú fuiste quien impulsó
a que te vengara
la mano que lo atacó.

MÁXIMO
Pero ¿murió el César?

FULVIA
Procura salvarte.
Ya de guerreros y de gente en armas
está rodeado todo el lugar.

MÁXIMO
¡Dime si vive o murió!

FULVIA
¡No lo sé!
Nada concreto pude averiguar por el miedo.

MÁXIMO
¡Eres una cobarde!
Voy a averiguarlo yo mismo.

(al partir se encuentra con Valentiniano)

Escena Segunda

(Valentiniano sin manto y sin laureles, con la
espada desenvainada seguido por pretorianos)

VALENTINIANO
(a los soldados, que se marchan)
¡Custodiad todas las salidas y entradas!

MÁXIMO
(para sí)
¡Él vive! ¡Oh, destino!

VALENTINIANO
¡Máximo, Fulvia!
¿Quién lo hubiese creído?

MÁXIMO
¿Señor, qué ocurrió?

VALENTINIANO
¡Ah, una felonía mayor, nunca se ha visto!

FULVIA
(para sí)
¡Pobre padre!

MÁXIMO
(para sí)
Todo fracasó.

VALENTINIANO
¿En quién puedo confiar?
Mis más allegados amenazan mi vida.

MÁXIMO
(para sí)
Coraje.

(a Valentiniano)

¡Cómo! ¿Puede existir
un alma tan malvada?

VALENTINIANO
Máximo, sin embargo sí existe; y tú lo sabes.

MÁXIMO
¡Yo!

VALENTINIANO
Sí, pero el Cielo defiende
las vidas de los monarcas.
Emilio en vano trató de apuñalarme.
Creyó encontrarme dormido y se equivocó.
Entró en mis habitaciones con pasos vacilantes,
tanteaba los almohadones,
yo preví una traición.
De un salto me puse en pie y empuñé la espada
contra el felón que huía.
Entre las sombras lanzamos muchos golpes.
Acudió a mis gritos un grupo de guardias
y por los pasillos me vi a mí mismo,
a la luz del nuevo día, con el arma ensangrentada.
Mas al traidor no logro encontrar.

MÁXIMO
Quizás no fue Emilio.

VALENTINIANO
Su conocida voz bien reconocí
cuando gritó de dolor,
en el momento en que lo herí.

MÁXIMO
Pero ¿con que finalidad un siervo tuyo
se arriesgaría a un ataque tan indigno?

VALENTINIANO
El siervo lo ejecutó, pero otro fue quien lo planeó.

FULVIA
¡Oh, dioses!

MÁXIMO
¡Déjame que vaya tras las huellas del felón!

(en actitud de partir)

VALENTINIANO
Esa es responsabilidad de Varo.
Tú no te vayas de mi lado.

MÁXIMO
(para sí)
¡Ah, estoy perdido!

(a Valentiniano)

Yo, quizás, mejor que él podría...

VALENTINIANO
Máximo, amigo, no me dejes.
Si tú me dejas,

¿dónde encontraré consejo y ayuda?

MÁXIMO
Te obedezco.

(para sí)

¡Qué alivio!

FULVIA
(para sí)
¡Vuelvo a la vida!

MÁXIMO
Pero ¿a quién crees autor de la traición?

VALENTINIANO
¿Puedes dudar de ello?
¿No reconoces que tras este hecho

se encuentra la mano de Aecio?
¡Ah, si logro probarlo,
con su vida el error pagará!

FULVIA
(para sí)
A mi alma sólo de faltaba esta nueva angustia.

MÁXIMO
No puedo pensar en Aecio como un traidor.
Al menos, no tiene razón para serlo.
Benignamente acogido...
agasajado por ti... ¿cómo tuvo el coraje de...?
Bien se ve que el amor, la ambición,
los celos y las alabanzas
contaminan a veces la fidelidad.
Aecio se ve amado,
es un héroe victorioso,
árbitro es de los ejércitos...
¿Acaso podría olvidarse de su deber?

FULVIA
Padre tú lo conoces bien,
¿y de ese modo hablas de él?

MÁXIMO
Soy amigo de Aecio, eso es cierto,
pero también soy súbdito del Augusto.

VALENTINIANO
¿Y Fulvia tanto defiende a un traidor?
¡Ah, la sospecha invade
a mi celoso corazón!

MÁXIMO
¿Crees que Fulvia puede amar
a otro que no seas tú? Te engañas.
La defensa de Aecio
es fruto de la piedad y no del amor.
La amenaza, el horror del castigo y la muerte
la hacen apiadarse.
¿No conoces bien
la innata debilidad del bello sexo?

Escena Tercera

VARO
¡Cesar, en vano busqué al traidor!

VALENTINIANO
Pero ¿dónde se escondió?

VARO
A pesar de nuestros esfuerzos
no pudimos hallarlo.

VALENTINIANO
¿Y deberé permanecer en esta incertidumbre?
¿En quién confiar? ¿A quién temer?
¿Alguna vez se ha visto
una situación peor que la mía?

MÁXIMO
¡Cálmate! Un golpe, dado en falso,
podría revelar toda la trama al traidor.
Yo buscaré a Emilio, yo velaré por ti.
El insidioso no me es desconocido.
Para tu seguridad, mientras tanto,
puedes hacerte custodiar por algunos hombres.

VALENTINIANO
(a Máximo)
¡Ve, ayúdame, confío en ti!

Con dudas y enamorado
a ti confía el esposo
a ti confía el rey
su vida y su amor.
¡Amigo, ve y dispón!

(a Fulvia)

Sé tú mi socorro y ayuda.
Conserva para mi ¡oh, querida!
el afecto en tu corazón.

(sale seguido de Varo y los pretorianos)

Escena Cuarta

FULVIA
¡Padre, culpas a Aecio de un delito tuyo!
¿Quién te aconseja, padre?

MÁXIMO
¡Deliras! Su ruina evita la mía
y me facilita el camino de la venganza.
Si él queda fuera de escena,
el Augusto quedará indefenso.
Ahora, deberemos actuar con mucho tacto.
Esta tarea requiere
mucho más que el talento femenino;
deja el peso de la misma
a quien vivió más años
y es más sabio que tú.

FULVIA
¡Que la edad te haga entonces más justo y sabio!

MÁXIMO
No soy injusto si intento mi honor vengar.
Mas si aún así lo fuese,
el camino ya está emprendido
y es demasiado tarde para dar marcha atrás.

FULVIA
No es nunca demasiado tarde
para regresar a la senda de la virtud.
Vuelve inocente a quien detesta el error.

MÁXIMO
¿Puedo alguna vez conseguir que te calles?
En definitiva ¿qué quieres?
¿Quieres enseñarme
aquello que de mí aprendiste?
¿O quieres que yo sirva a tu débil amor?
Fulvia, refrena tus labios locuaces,
no me irrites más y calla.

FULVIA
¿Qué calle y que no te irrite, cuando veo
que atacas al rey, que tú eres el culpable
de ese gran crimen, y que Aecio es traicionado?
¡Que lo tolere quien pueda!
O me relevas de todo respeto o si quieres que sea
respetuosa, cambia tu forma de proceder.

MÁXIMO
¡Ah, pérfida! Sé que quieres
sacrificarme a tus deseos.
¡Vete impía, abusas de mi cariño!
No lo puedes negar:
por salvar a tu amante, acusas a tu padre.

¡Vete! Conducida por la furia
revela la traición.
¡Pero acuérdate, ingrata,
quién es el traidor!
Descubre el fraude tramado;
pero piensa en ese momento
en que yo te di la vida,
que tú ahora me quitas.

(sale)

Escena Quinta

FULVIA
¿Qué hago? ¿A dónde iré?
Es tanto delito hablar como callar.
¡Si hablo, oh dioses, soy parricida!
De sólo pensarlo tiemblo,
pero si callo morirá mi bienamado. ¡Ah!
¡Ante ese funesto pensamiento se hiela
mi sangre y mi corazón se detiene!
¿Qué consejo seguir?... ¿Aecio, dónde estás?

(viendo a Aecio)

AECIO
Vengo a defender al Augusto, he oído que...

FULVIA
¡Ay, huye!
Sobre ti recaen las sospechas de la traición.

AECIO
¿Sobre mí? Fulvia, te engañas.
El Tíber tiene demasiadas evidencias
de mi fidelidad.
¡Sabré superar con hazañas
las mayores calumnias que se me hagan!

FULVIA
¡El César ha dicho que eres culpable!
¡A él mismo se lo escuché decir!

AECIO
Puede decirlo el Augusto,
pero no puede creerlo.
Si por un momento llegase a dudar de ello,
a donde mire verá que todo me defiende.
Italia, el mundo, su encumbramiento,
el imperio a salvo le harán ver que no es verdad.

FULVIA
Sé que tu destrucción sería vengada;
¿pero quién me asegura una defensa inmediata?
¡Ah, si yo te perdiera,
la más cruel venganza no me consolaría!
¡Huye, si me amas!
¡Quítame el temor que me oprime!

AECIO
Tú, por excesivo cariño,
donde no lo hay, te imaginas el peligro.

FULVIA
¿Y en qué fundamentas tu seguridad?
¿Quizás en tu valor? Aecio, incluso los héroes
son mortales y su fama los condiciona.
¿Quizás en tus méritos? ¡Ay, que por ellos,
oh querido, desdichas yo auguro!
El mérito, ten en cuenta, es tu mayor enemigo.

AECIO
Mi seguridad, Fulvia, está fundada
en el corazón cándido y puro,
que no tiene remordimientos;
en la inocencia, que vale por sí misma;
en esta mano necesaria al imperio.
Augusto no es un bárbaro ni un necio
y si pierde a un valiente como yo,
bien sabe que dura empresa es
reparar esa pérdida.

Escena Sexta

FULVIA
¡Varo! ¿Qué buscas?

AECIO
¿Está a salvo la vida del César?
¿Puedo ayudarlo en algo? ¿Qué haces?

VARO
Justamente el César me envía por ti.

AECIO
¡Vayamos con él!

VARO
No te quiere a ti; quiere tu espada.

AECIO
¡Cómo!

FULVIA
¡Te previne!

AECIO
¿Y qué locura lo mueve a ello? ¿Será posible?

VARO
¡Ojalá no fuera así!
El compadecerte, amigo, es mi desdicha.
Estoy obligado a ejercer un oficio
tan contrario
a nuestra amistad y sentimientos.

AECIO
¡Toma! Compadece al Augusto y no a tu amigo.

(le da la espada)

Llévale este acero
que defendió su trono.
Recuérdale quien soy
y míralo sonrojarse.

(a Fulvia)

Y tú, serénate,
si aprecias mi amor.
Mi único peligro
sería tu sufrimiento.

(sale entre guardias)

Escena Séptima

FULVIA
Varo, si aprecias nuestra amistad
demuestra piedad y defiende
la inocencia de un amigo oprimido.

VARO
Ahora que veo vuestro amor,
mi pena se acrecienta,
Querría ayudarlos, pero ¡ay, dioses!
Aecio es su propio enemigo.
Su modo de hablar irrita al Augusto.

FULVIA
Su forma de ser, altanera, es evidente.
Sin embargo, no debería considerársela un delito.
En definitiva, está claro que
si habla así de sus méritos,
él no miente.

VARO
A veces es virtuoso callar la verdad.
Si no alabo sus virtudes,
es en señal de amistad.
Sabré por él hacer todo lo posible,
pero quiera el Cielo que no sea en vano.

FULVIA
No hables así, pues niega a los afligidos ayuda,
quien con dudas la entrega.

VARO
Él estará seguro sólo si tú lo quieres.
Entrégate al César y,
como esposa, todo podrás.

FULVIA
¿Qué me entregue a otro que no sea a Aecio?
¡Ah, no será así!

VARO
Pero Fulvia, para salvarlo, conviene ceder.
Sólo tú puedes aplacar la ira del Augusto.
No lo difieras; y si en tu pecho
no sientes amor por él, fíngelo al menos.

FULVIA
¡Seguiré tu consejo,
pero quién sabe con qué suerte!
Siempre es un error simular.
Siento que eso repugna al corazón.

VARO
En un caso así está permitido fingir;
después de todo eso no es
un gran sacrificio para vuestro sexo.

FULVIA
Para muchos es un placer
fingir cariño
cuando no se ama;
pero castigo lo llama mi alma,
que no acostumbra
a fingir amor.
Mis labios me descubren y acusan;
y tanto si hablan como si callan,
espejo son
de lo que siente mi corazón.

(sale)

Escena Octava

VARO
Inestable Suerte,
loco es el que de tu favor se fía.
Aecio, feliz hasta hace poco,
era la envidia de la juventud de Roma.
Era un héroe; y luego, en un momento,
todos cambian de parecer
y él se transforma en motivo de piedad.
¡Oh, suerte traidora, demasiado loco
es el que en tus favores confía!

Nace en el bosque, en una tosca cuna,
un feliz pastorcito,
y con la ayuda de la suerte
llega a conquistar reinos.
Junto al trono, con pañales reales,
desventurado nace otro niño,
que por la ira de la suerte
va los rebaños a pastorear.

(parte)

Escena Novena

(Galería de estatuas y espejos, con asientos a
su alrededor uno de los cuales, a la derecha,
tiene capacidad para dos personas. Gran balcón
abierto, desde el que se ve Roma en perspectiva)

HONORIA
Máximo, también yo veo todas las razones
que condenan a Aecio. Él es rival del Augusto.
A sus méritos, a su nombre
cree el mundo sometido.
¿Y luego de qué sirve mendigar argumentos?
Yo misma oí sus amenazas, aquí mismo.
Sin embargo, incrédulo, mi corazón no puede
considerarlo culpable y traidor.

MÁXIMO
¡Oh, qué virtud sin igual!
Es en verdad un exceso de clemencia.
¿Y quién más que tú debería condenarlo?
Él te desprecia; rehúsa tu mano
destinada a monarcas. Cualquier otro habría...

HONORIA
¡Ah, de mi afrenta no me hables más!
Ella me punza en lo más vivo del corazón.
¡Soberbio! ¡Ingrato!
Tan sólo recordarlo, Máximo,
siento que toda mi sangre se agita.
No es sin embargo que yo lo ame,
o que me disguste el no ser su esposa...
La ofensa que hace a mi jerarquía...
mi gloria... mi honor…
son las causas...

MÁXIMO
Yo también lo sé;
pero no todos lo saben.
Sabes que muchos creen debilidad
la virtud ajena.
Tu clemencia puede parecer amor.
Sólo con vengarte puedes diluir esa sospecha.
No deseches en definitiva
una justa venganza.
Tanta clemencia atrae nuevos ultrajes.

HONORIA
Mis ofensas no son mi mayor preocupación.
Conviene considerar
los peligros que corre mi hermano.
Escuchemos a Aecio, busquemos al acusado
podría ser inocente.

MÁXIMO
Es verdad; y, después de todo,
también podría arrepentirse
y aceptar tu mano...

HONORIA
¡Mi mano!
Honoria no ha caído tan bajo.
Aún cuando ese soberbio fuere
el señor del universo entero,
que no espere obtenerme; ya nunca seré suya.

MÁXIMO
¡Cualquiera puede ilusionarse fácilmente!
Sin embargo él dice que tiene
tus deseos en sus manos, que tú lo adoras,
que dispone de la enamorada Honoria a su placer;
que si él lo quisiera,
le bastaría con una sola mirada
para tenerte a sus pies.

HONORIA
¡Temerario!
¡Ah, no lo creará por mucho tiempo!
Al primero que me pretenda,
y que no sea un súbdito mío,
sabré entregarme.
Él verá si pueden faltarme reinos y coronas;
y si él dispone a su placer de Honoria.

(en actitud de partir)

Escena Décima

VALENTINIANO
Honoria, no te vayas.
Para mi tranquilidad debes ofrecer tu mano
a un esposo, quizás poco apreciado por ti.
Él nos ha ofendido, es verdad;
pero debemos asegurar nuestra posición.
Él te solicita y conviene aceptar
su pacífica invitación.

HONORIA
(para sí)
Aecio está arrepentido.

(a Valentiniano)

¿Conozco su nombre?

VALENTINIANO
Demasiado lo conoces.
Tengo miedo, hermana, incluso de nombrarlo.
De tus labios espero el reproche.
Me dirás que es un alma soberbia,
que es poco fiable, que los ultrajes que hizo
son demasiado recientes; lo sé; y sin embargo,
recordando los peligros,
es imprescindible que te aconseje este casamiento.

HONORIA
(para sí)
Ahora debería rechazarlo; pero...

(a Valentiniano)

Escúchame.
Si eso favorece a tu tranquilidad,
dispón de mi corazón como te guste.

MÁXIMO
Señor, tus planes no entiendo.
Aecio te insidia
¿y tú piensas en premiarlo?

VALENTINIANO
A Aecio no me refiero,
hablo de Atila.

HONORIA
(para sí)
¡Qué error!

(a Valentiniano)

¡Atila!

MÁXIMO
¿Pero, cómo?

VALENTINIANO
Un mensajero suyo
me trajo por escrito su solicitud.
Es ésta una señal de que su grandeza declina.
No es una oferta vergonzosa para ti.
Tomas un esposo al cual sirven los reyes.
Es un bárbaro, eso es cierto,
pero, moderado por tu noble amor,
puede cambiar su barbarie en valor.

HONORIA
¿Conoce Aecio esta solicitud?

VALENTINIANO
¡Y qué!
¿Debo pedir su consejo?
¿De qué serviría?

HONORIA
Serviría para envilecerlo
y para que se crea menos imprescindible.
Serviría para que se entere que mi mano
es para el pueblo romano
más útil que cualquier otra.

VALENTINIANO
Él lo sabrá; pero mientras tanto,
¿puedo asegurarle a Atila
tu consentimiento?

HONORIA
No, antes quiero verte a salvo.
Que busquen al traidor,
que Aecio hable,
y luego Honoria hará saber sus afectos.

Dado que por ti, en mi pecho,
palpita temeroso mi corazón,
mi alma no puede
entregarse al amor.
¿Qué paz puedo esperar
en brazos de una amorosa pasión,
si empiezo a amar
sin tener calma?

(parte)

Escena Undécima

VALENTINIANO
¡Que comparezca el prisionero!

(sale un soldado a cumplir la orden)

En mi temor busco de ti consejo.
¿Podrá asegurarme en parte
el convenio con Atila?

MÁXIMO
Creo que así te expones a un peligro mayor.
El enemigo busca
eliminar tu desconfianza,
fingirse humano, acercarse a ti.
¿Quién sabe si no se ha aliando con Aecio?
El temerario golpe supone una gran certeza.
Ya sabes que después de derrotar a Atila,
Aecio dejó libre el camino para que se fugara
en vez de traerlo ante ti prisionero;
pero no quiso, aunque pudo hacerlo.

VALENTINIANO
Eso es muy cierto.

Escena Duodécima

FULVIA
¡Augusto, ah, calma mis temores!
¿El traidor ha sido descubierto?
¿Está a salvo tu vida?

VALENTINIANO
¿Tiene Fulvia tanta preocupación por mí?

FULVIA
¿Puedes dudar de eso?
Adoro en César a un amante,
con el cual dentro de poco
con dulces cadenas deberé enlazarme.

(para sí)

Apenas puedo decirlo.

MÁXIMO
(para sí)
¿Simula, o habla en serio?

VALENTINIANO
Si mi peligro despierta en tu pecho
una amorosa piedad que es grata a mi corazón,
mi confianza en ti no es menor.
Pero ¿podré ilusionarme con tu fidelidad?

FULVIA
Mientras yo viva,
de mis tiernos afectos serás el dueño.

(para sí)

¡Perdóname Aecio!

MÁXIMO
(para sí)
No la comprendo en verdad.

VALENTINIANO
¡Ah, si de Aecio no hubiera sido la traición,
ya serías mi esposa!
Pero querida,
con su vida él pagará esta demora.

FULVIA
Ese gran delito deberías vengar.
Pero ¿quién de la ira del pueblo,
que lo ama, nos puede resguardar?
Piénsalo, Augusto.
Por ti es que dudo.

VALENTINIANO
Eso es lo único que me retiene.

MÁXIMO
(para sí)
¡Ahora entiendo a Fulvia!

FULVIA
¿Y si fuera inocente?
Quedarías privado de su gran apoyo;
expuesto a los golpes de un desconocido traidor;
Por ese odio... ¡Ah, se me hiela el corazón!

VALENTINIANO
¡Ojalá quisiese el Cielo que no fuera culpable!
Aquí llega por orden mía.

FULVIA
(para sí)
¡Ah! ¿Qué haré?

VALENTINIANO
Oirás personalmente que es lo que él dice.

FULVIA
Deja que me vaya.
A solas con su juez mejor hablará el reo.

VALENTINIANO
No, quédate.

MÁXIMO
(viendo venir a Aecio)
¡Augusto, aquí llega Aecio!

FULVIA
(para sí)
¡Ay, dioses!

VALENTINIANO
(a Fulvia)
Siéntate a mi lado.

FULVIA
¡Cómo! Soy tu súbdita y quieres que...

VALENTINIANO
Súbdita no es
quien tiene como vasallo al monarca.

FULVIA
¡Ah, pero no conviene...

VALENTINIANO
¡Basta ya! Empieza a acostumbrarte al trono.
Siéntate.

FULVIA
Obedezco.

(para sí)

¡En qué brete me encuentro!

(se sienta a la derecha de Valentiniano)

Escena Decimotercera

AECIO
(Viendo a Fulvia se detiene y exclama para sí)
¡Cielos, qué veo!
¿Tanta inconstancia hay en Fulvia?

FULVIA
(para sí)
Resiste, alma mía.

VALENTINIANO
¡General, acércate!

AECIO
¿Quién es mi juez?
¿Depende mi destino del Cesar o de Fulvia?

VALENTINIANO
Fulvia y yo somos un único juez.
Ella es la soberana,
ahora que como esposo me aceptó.

AECIO
(para sí)
¡Mujer infiel!

FULVIA
(para sí)
¡Si pudiera decirle que estoy fingiendo!

VALENTINIANO
Aecio, escúchame, y a moderar aprende
tu natural orgullo que en nada te favorece.
Aquí se está conspirando contra mí.
Todos creen que tú eres el autor de esa traición.
De felonía te acusa
el rechazo que hiciste de Honoria,
la excesiva pompa de tu victoria,
el haber permitido que Atila huya libremente,
tu celoso y temerario amor, tus amenazas,
de las que, bien sabes, yo mismo fui testigo.
Piensa en exculparte o en pedir perdón.

MÁXIMO
(para sí)
¡Suerte no me traiciones!

AECIO
César, en verdad ingeniosa es la mentira.
¿Dónde se esconde el que te atacó?
¿Quién de la insidia me acusa?
Tú eres el acusador
de la supuesta violencia,
y al mismo tiempo juez y testigo.

FULVIA
(para sí)
¡Ay, dioses, se pierde!

VALENTINIANO
(para sí)
¿Debo soportar su altanería?

AECIO
Pero si el delito ocurrió realmente,
¿por qué se me lo atribuye?
¿Porque rechacé la mano de Honoria?
¿Acaso yo preservé con mi valor
la libertad del Augusto,
para que él me prive de la mía,
aún en temas de amor?
¿Es la fuga de Atila lo que me hace culpable?
¿Debería haber apresado a Atila
para que todos los bárbaros de Europa se unieran
y marcharan contra el imperio?
Busca para esa empresa a otro soldado.
Soy culpable porque
conozco lo que soy, porque razono.
Niego que haya en mí un alma vil.

FULVIA
(para sí)
Si pudiera irme.

VALENTINIANO
Un nuevo error es esta temeraria defensa.
¿Tienes aún algo más que decir como disculpa?

AECIO
Ya dije lo necesario. César, no te preocupes
por escuchar el resto, de lo que podría decir.

VALENTINIANO
¿Qué dirías?

AECIO
Diría que en tirano se transforma
quien lleva dentro de sí mismo la ingratitud.
También diría que los soberanos
sienten envidia de los súbditos que tienen valor;
que te disgusta ser deudor mío,
que temes que de mí surja la traición
que sabes te mereces,
por haberme privado de un corazón que me ama...

VALENTINIANO
¡Soberbio! ¿A tal extremo llegas?

FULVIA
(para sí)
¡Ay de mí!

VALENTINIANO
Sabré castigar...

FULVIA
¡Acepta, si me amas, que Fulvia parta!
Tus desdenes me irritan.

(se levanta)

VALENTINIANO
¡No, no te marches!
Acepta que mi indignación tiene razón de ser.
Siéntate, y verás como me apresto a convencer
a un reo pertinaz.

AECIO
(para sí)
¡Mujer infiel!

FULVIA
(Vuelve a sentarse. Para sí)
¡Si pudiera decirle que estoy fingiendo!

MÁXIMO
(para sí)
Todo, hasta ahora, está a favor mío.

VALENTINIANO
Aecio, tú eres inocente de tota culpa.
Es totalmente falso
que el Augusto envidie tu gloria.
Sólo un juicio pido
de tu excelsa mente.
¿Es rebelde un súbdito
que disputa la esposa
de su soberano?

AECIO
¿Es un tirano el soberano
que se la arrebata al súbdito,
que ama a esa mujer desde siempre?

VALENTINIANO
¿Según tú, Fulvia te amó?

FULVIA
(para sí)
¡Qué angustia!

VALENTINIANO
(a Fulvia)
Sácalo ¡oh, querida! de su engaño,
y dile que yo fui tu primer amor,
y que lo seré siempre. Explícaselo.

FULVIA
(a Valentiniano)
Es verdad.

AECIO
¡Ah, pérfida! ¡Perjura!
¿Con esta traición hieres mi fidelidad?

VALENTINIANO
(a Aecio)
Ves que tu esperanza te engañó.

AECIO
No me has vencido.
Demasiado confías en una mujer inconstante.
A ella encomiendo mi venganza
y ten por seguro que la verás.

FULVIA
(para sí)
¡No puedo decir que estoy fingiendo!

MÁXIMO
(para sí)
¡Fulvia bien sabe fingir!

AECIO
En este estado no me reconozco a mí mismo.
Frente a ella
se me parte el corazón.
Padecimiento mayor, Máximo,
desde qué nací, no he experimentado.

FULVIA
(para sí)
Me siento morir.

(se levanta llorando y quiere irse)

VALENTINIANO
¿Fulvia, qué haces?

FULVIA
Quiero irme. Ya no resisto más
tantos ultrajes injustos.

VALENTINIANO
Por el contrario quédate,
y sigue castigándolo así.

FULVIA
No, te lo ruego, deja que me vaya.

VALENTINIANO
No lo permito.
Afirma de nuevo, para deleite mío,
que suspiras por mí, que me amas,
que disfrutas de sus penas...

FULVIA
Pero si no es verdad;
¡él es mi bienamado!

VALENTINIANO
¿Qué dices?

MÁXIMO
(para sí)
¡Hay de mí!

AECIO
Me tranquilizo.

FULVIA
¿Hasta cuándo deberé simular?
Fingí hasta ahora, César, para calmarte.
Aecio es inocente y así creí salvarlo.
Por él me consumo de amor;
y tú debes saber que no te amo,
que nunca te amaré.
Y si mis labios te dicen que te aman,
no los creas, Augusto,
porque te engañan.

AECIO
¡Ah, qué palabras amadas!

VALENTINIANO
¿Dónde estoy?! ¿Qué escucho?
¡Qué coraje, qué osadía!

AECIO
(a Valentiniano)
Puedes comprobar como te engaña tu esperanza.

VALENTINIANO
¡Ah, temerario! ¡Ah, ingrata!
¡Guardias, sacad de mi presencia a este traidor!
Que en la cárcel más horrorosa
lo guarde mi furor.

AECIO
Tu furor es la señal de mi triunfo.
¿Quién puede ser más feliz que yo?
Cedería por este triunfo todas mis victorias.
No te envidio el imperio,
no me preocupa lo demás.
El triunfo sobre Atila es nada
en comparación con éste.

He aquí que a la prisión marcho,
He aquí que morir me encamino:

(a Valentiniano, señalando a Fulvia)

Sí, pero ese corazón es mío.
Sí, a mí me lo concede.
Querido bien mío ¡adiós!
Perdona a quien te adora.
Sé que entonces te ofendí,
cuando dudé de ti.

(sale con los guardias)

Escena Decimocuarta

VALENTINIANO
¡Ingrata mujer!
¿Merezco de ti este pago?
¿Ves, amigo,
qué fidelidad tu hija me tenía?

MÁXIMO
¡Indigna! ¿Dónde aprendiste a traicionar?
¿Así imitas la fidelidad de tu padre?
¿Cuándo recibiste
ese ejemplo de mí?

FULVIA
¡Déjame en paz, Padre, no me irrites!
He soltado mis frenos.
Si me insultas, diré...

MÁXIMO
¡Calla, o tu sangre!...

VALENTINIANO
¡Máximo, detente!
Yo sabré vengarme mejor.
Puesto que me aborrece, que le soy odioso,
quiero para atormentarla hacerla mi esposa.

FULVIA
No lo esperes.

VALENTINIANO
¿Qué no lo espere?
Traidora, no sabes cuánto podré...

FULVIA
Podrás matarme,
pero no tienes poder para hacerme temer.
Mis males han vencido todo temor.

Mi constancia
no se asusta;
ya no le quedan esperanzas,
ya no tiene temor.
Estoy unida al signo
que me atormenta,
más que tu desdén
y tu piedad.

(sale)

Escena Decimoquinta

MÁXIMO
(paras sí)
Ahora conviene simular.

(a Valentiniano)

No, no es verdad
que para mi vergüenza ella siga viviendo.
César, corro hacia ella,
quiero arrancarle el corazón.

VALENTINIANO
¡Detente, amigo!
Si ella muere, yo no vivo.
Todavía podría
esa ingrata arrepentirse.

MÁXIMO
Tus órdenes, aunque con pena, obedeceré.
El deber mucho me aconseja castigarla.

VALENTINIANO
¿Por qué tu hija no se parece a ti?

MÁXIMO
Con el rostro cubierto
de tanto rubor,
ya no tengo calma
ni paz en el pecho,
¡Oh, cuantos dirán
que de su padre
el pérfido engaño
la hija aprendió!

(parte)

Escena Decimosexta

VALENTINIANO
¿Desdén, amor, celos, qué queréis de mí?
Enemigo y amante, temido y despreciado
todo soy al mismo tiempo;
y mientras tanto, ni castigo ni perdono.
¡Ah, sé que debería olvidar a esa ingrata!
Ella es la causa de todas mis desdichas.
Pero tampoco me atrevo a intentarlo,
y por una fuerza desconocida
me siento de tal forma oprimido,
que no deseo sobreponerme a mí mismo.
¿De qué me sirven el poder y el trono,
si no quiero salir de las preocupaciones,
si yo mismo alimento
los tiranos afectos de mi corazón?
Que yo sea infeliz en este mundo,
lo sé, es mi culpa.
No es culpa del desdén,
no es culpa del amor.



ACTO TERCERO


Escena Primera

(Pasillo de la prisión con puertas de hierro en
perspectiva, que conducen a muchas celdas.
Hay guardias junto a cada puertas)

HONORIA
(a los guardias)
¡Que Aecio venga aquí!
Esta gema indica la voluntad del César.

(Para sí)

Su peligro y la piedad que siento de verlo infeliz,
hace que lo ame más.
Tal estímulo hace que en el amor,
que casi sin darme cuenta
ha nacido en mi pecho,
luchen dos sentimientos contrapuestos.
¡Aquí llega!
¡Ah, qué altanero y alegre se acerca!
O su alma es inocente, o no es verdad
que el semblante sea la imagen del alma.

(Aecio entra y los guardias quedan
apostados junto a la puerta)

AECIO
Estos son, princesa, los dones de tu hermano.
¿Habrías podido imaginarlo?
En pocos instantes todo cambió para mí.
Ceñido de laureles
al atardecer del día de ayer tú me viste;
y luego encadenado,
hoy me vuelves a ver.

HONORIA
Aecio, cualquiera está sometido
a las vicisitudes de la suerte.
General, no eres el primer ejemplo
de su inconstancia.
Mas su volubilidad podrías enmendar.
Si yo se lo pido,
el César abandonará toda su ira.
Te ama, quiere que seas su amigo y te perdona.

AECIO
¿Debo creer eso?

HONORIA
Sí. No requiere el Augusto
otro cosa de ti que su tranquilidad.
Del ataque del que él fue víctima
descubre la trama y serás completamente libre.
¿Puedes pedir algo más?

AECIO
No es poca la solicitud.
Él quiere que yo mismo me acuse por temor.
Él desea, a costa de mi inocencia, ser generoso.
Sabe de mi lealtad, pero intenta avergonzarme
y me ultraja injustamente.
Es decir, me quiere o delincuente o muerto.

HONORIA
Entonces con tanta vehemencia
no debes justificar tu indignación.
Si eres inocente,
que humildes sean tus excusas.
Habla con él de modo que no pueda inculparte,
que no tenga el coraje de condenarte.

AECIO
Honoria, para salvarme
todavía no he aprendido a ser vil.

HONORIA
Pero ¿sabes que serás ejecutado?

AECIO
¡Sí, sé que moriré!
No es el peor de los males.
Al fin ya al cabo, morir nos saca
del ámbito de los culpables.

HONORIA
Deberías pensar
que por tu patria poco viviste.

AECIO
El vivir se mide por las obras y no por los días.
Honoria, los viles, inútiles para todo el mundo,
desconocidos para sí mismos,
a quienes no inflamó
el hermoso fuego de la gloria,
viviendo muchos años viven poco.
Pero aquellos que siguen
las huellas que yo marqué,
viviendo pocos días, viven mucho.

HONORIA
Si por ti no tienes cuidado,
tenlo al menos por mí.

AECIO
¿Qué dices?

HONORIA
¡Yo te amo!
Ya no puedo callarlo más.
Cuando veo que estoy cerca de perderte,
me olvido la ofensa;
y no es poca ofensa mi alcurnia.

AECIO
Honoria, ¿eres tú la que me aconsejas humildad?
De este modo me haces ensoberbecer.
¡Si pudiera al menos amarte
al igual que admiro tus virtudes!
¡Vamos, acepta que yo muera!
Aecio herido por otro amor
viviría siéndote ingrato.

HONORIA
Vive ingrato, no me prives
de toda esperanza, incluso desdéñame,
sé cruel conmigo; pero vive.
Y si incluso la vida aborreces,
porque yo la aprecio,
busca al menos una muerte digna de ti.
Empuñando las armas muere triunfando;
envidiado por el mundo,
y no compadecido por él.

AECIO
O en la cárcel o con las armas,
a otros enseñaré cómo se debe morir.
Aún en esta situación haré que me envidien.

Mira primero si en esta frente
encuentras marcado algún delito,
y dirás que mi suerte
despierta envidia y no piedad.
Es una bella prueba para el alma fuerte
sufrir plácida y serenamente
la injusta pena
de una culpa que no se tiene.

(regresa a la celda acompañado por los guardias)

Escena Segunda

HONORIA
¡Oh dioses, quién lo creería!
Mientras él se acerca alegre a su destino final,
yo me paralizo y tiemblo.

VALENTINIANO
¿Y bien?
¿Qué conseguiste de ese soberbio, hermana?

HONORIA
Nada, no conseguí nada.

VALENTINIANO
Ya lo predije. Hay que castigarlo.
Ahora es imprescindible mantener la autoridad.

HONORIA
Y sin embargo, no puedo creerlo culpable.
Su manifiesta seguridad
es signo de un alma inocente.

VALENTINIANO
Al contrario, es una prueba de su delito.
El traidor confía en su popularidad.
Quiere que lo maten.

HONORIA
Piénsalo mejor.
Quizás Aecio sea peor enemigo, muerto que vivo.

VALENTINIANO
¿Y qué debo hacer?

HONORIA
Buscar el modo de calmarlo.
Busca arrancarle sin violencia su oculto secreto.

VALENTINIANO
¿Y qué modo no intenté ya?

HONORIA
El más seguro.
Aecio, por lo que veo, es débil en el amor,
por tanto conviene atacarlo por ese lado.
Él adora a Fulvia, ofrécesela a su amor;
cédesela nuevamente.

VALENTINIANO
¡Qué fácil es, Honoria,
aconsejar a otros estando fuera de peligro!

HONORIA
Señor, en mi consejo yo te propongo mi ejemplo.
Sabes que yo amo tanto como tú,
y que menos no pierdo.
A Fulvia es a quien tú amas,
pero yo sufro enamorada por Aecio.

VALENTINIANO
¿Lo amas?

HONORIA
Sí. Ahora ves como mi consejo
es tan difícil para mí como para ti.

VALENTINIANO
Pero ¡oh, hermana! me propones seguir
un consejo demasiado duro.

HONORIA
Que tu valor y virtud venzan a la fortuna.
Una mujer te enseña a ser fuerte.

VALENTINIANO
¡Oh, dioses!

HONORIA
Vence tú mismo. Que tus vasallos aprendan
cuál es el valor del Augusto...

VALENTINIANO
¡Fulvia, me envías a enfrentarme con mi corazón!
Si tú supieras qué esfuerzo supone para mí,
qué prueba tan dura es ésta...

HONORIA
Con mi pena tu dolor mido.
En el dolor surge algún placer
si no se soporta solo.

Si tú penas por una ingrata,
a un ingrato yo también adoro.
Es tu destino igual al mío.
Para ambos es un enemigo el Amor.
Pero, si yo nací desdichada,
si para ti no hay esperanzas,
que sea compañera la constancia,
como lo es igualmente el dolor.

(sale)

Escena Tercera

VALENTINIANO
¡Llamad a Varo!

(un sirviente sale para ejecutar la orden)

Si el reo no cede
ante este exceso de mi clemencia,
no quiero que viva ni un instante más.

VARO
César...

VALENTINIANO
Escucha.
Ubica a tus más fieles hombres
en un oscuro lugar de la entrada,
y si al salir él no camina junto a mí,
si yo no soy su guía,
cuando lo vean salir, haz que lo maten.

VARO
Obedeceré... pero ya sabes qué alboroto
despertó la detención de Aecio.

VALENTINIANO
Todo lo sé.
Sobre esto ya Máximo provee.

VARO
Es verdad, pero temo...

VALENTINIANO
¡Basta ya, calla! Cumple la orden y haz
que se dé el golpe cautelosamente. ¿Oíste?

VARO
Entendí.

(salee)

VALENTINIANO
(a los guardias de la puerta)
¡Traed aquí al prisionero!

(para sí)

Callad ¡oh, desdenes de mi alma!
que el odio quede enterrado en mi corazón
y no se manifieste en el rostro.

Con la tormenta en su seno
que parezca tranquilo el mar;
y que un céfiro sereno
con su plácida brisa
simule la calma.
Pero, si ese soberbio corazón
se mantiene altanero,
os dejaré en libertad,
desdenes del alma mía.

Escena Cuarta

MÁXIMO
Señor, todo logré calmar.
La muerte de Aecio a tu placer dispón.
Cada ciudadano de Roma te aplaude.

VALENTINIANO
Pero ¿qué quieres?
Me dices que soy un bárbaro,
un impío, que soy un incauto.
Los ejemplos ajenos me convienen seguir.

MÁXIMO
¡Cómo! ¿Por qué?

VALENTINIANO
Espera, Aecio ya viene.

Escena Quinta

(Aecio entra encadenado)

MÁXIMO
(para sí)
¿Quién lo aconsejó?

AECIO
Llamado de mi celda,
creí encaminarme a un injusto suplicio,
pero me encuentro ante un suplicio peor
volviendo a ver al Augusto.

VALENTINIANO
(para sí)
¡Qué audaz!

(A Aecio)

Aecio, entre nosotros no se hable más de odio.
Vengo como amigo,
mi rigor detesto y quiero...

AECIO
Yo sé lo que pretendes. Todo lo he sabido.
Honoria te previno; todo lo he entendido.
Si no tienes nada más que decirme,
vuelvo a mi prisión; con ella ya hablé.

VALENTINIANO
No pudo decirte Honoria
cuanto quiero ofrecerte.

AECIO
Lo sé; me lo dijo.
Qué mi libertad, el cariño, la amistad del Augusto
son sus obsequios.

VALENTINIANO
Pero no te dijo el más importante.

Escena Sexta

VALENTINIANO
(señalando a Fulvia)
¿Ves ese obsequio?

AECIO
¡Fulvia!

MÁXIMO
(para sí)
¿Qué ocurrirá? El alma se me hiela.

FULVIA
¿Qué se requiere de Fulvia?

VALENTINIANO
Qué escuche y calle.

(a Aecio)

¿Te sorprende la oferta?
Es tan grande, que no puedes creerla.
Lo prometí y lo confirmo: ¡he aquí su mano!

AECIO
Pero ¿a qué precio se me concede
ser el poseedor de su mano?

VALENTINIANO
Poco se requiere.
Tú eres culpable por amor,
quien amando vivió fácilmente te excusa.
Otra cosa no deseo que una sencilla declaración.
Revélame todo el plan urdido contra mí
a fin de que el César pueda vivir
sin más amenazas a su alrededor.

AECIO
(a Fulvia)
¡Adiós, vida mía: a la prisión regreso!

VALENTINIANO
(para sí)
¿Puedo soportar esto?

FULVIA
(para sí)
¡Ay de mí!

VALENTINIANO
(a Aecio)
Óyeme bien. ¿Obstinadamente quieres
seguir callando y abandonar a Fulvia,
que tan fielmente te corresponde?
¡Habla!

(para sí)

Ni así contesta el traidor.

MÁXIMO
(para sí)
¡Qué peligro!

VALENTINIANO
¿Aecio, escúchame? ¿Entiendes que a ti te hablo?
¿Son tan pobres mis propuestas,
que un culpable como tú, debe desdeñarlas?

AECIO
Cuando hablas así, no hablas conmigo.

VALENTINIANO
(para sí)
¡Está bien, concluyamos con esto!

(en voz alta)

¡Eh, guardias!

FULVIA
(a Valentiniano)
¡Ah, prefiero que tu desdén
se vuelva contra mí!

VALENTINIANO
(a Fulvia)
¿Puedes callarte?

(a los guardias)

Liberad al prisionero.

(los guardas le quitan las cadenas a Aecio)

AECIO
¿Cómo?

FULVIA
(para sí)
¿Qué veo?

MÁXIMO
(para sí)
¡Oh, cielos!

VALENTINIANO
Al fin reconozco que eres inocente.
Tanta constancia
en rechazar a la deseada esposa,
un hombre culpable no tendría.
Aecio, me arrepiento de mi rigor.
Que enmiende mi gracia
las injustas ofensas de mis sospechas.
¡Vete, Fulvia es tuya; eres libre!

FULVIA
(para sí)
¡Qué feliz soy!

AECIO
Esta es la primera vez que me equivoco.
¿Quién podría esperar de un monarca rival
un acto tan generoso como éste?
Me cedes a la mujer que amas,
¡sin lamentarte!...

VALENTINIANO
¡Y ahora, apresúrate!
Impaciente, Roma espera volver a verte.
Muéstrate a ella. Disipa su temor.
Ya habrá tiempo para
recíprocas manifestaciones
de afecto y amistad.

AECIO
De mi orgullo, César, ahora me ruborizo;
y ante tanta dádiva...

VALENTINIANO
¡Aecio, ve y así conocerás como soy!

AECIO
Si mi vida es un don
otorgado por el Augusto,
al frío escita,
y al oscuro etíope
haré arrodillar
a los pies del César.
Para que broten
por ti los laureles,
me verás realizar
nuevas hazañas.
Sabré combatir,
sabré morir.

(sale)

Escena Séptima

VALENTINIANO
(para sí)
Ve... ya verás.

MÁXIMO
(para sí)
Pierdo toda esperanza.

FULVIA
Generoso monarca, que el Cielo te otorgue
la misma felicidad que tú nos das.
Tus bondades siempre recordaré.
Deja mientras tanto que sobre
tu augusta mano deposite un beso.

VALENTINIANO
No, Fulvia, espera primero
que se concrete mi don.
Aún no sabes hasta donde llega el mismo.
¡Cuánto mayor es el don, que tu esperanza!

MÁXIMO
César, ¿qué hiciste?
¡Ah, esta vez te engañó la piedad!

VALENTINIANO
Sin embargo, verás que la piedad ayuda,
y que yo no me equivoqué.
Toda preocupación y temor
así terminarán.

MÁXIMO
Pero ¿qué paz consigues,
si él recupera la libertad?

Escena Octava

VALENTINIANO
¿Varo, cumpliste mi orden?

VARO
Cumplida fue tu orden:
¡Aecio murió!

FULVIA
¡Cómo! ¿Qué dices?

VARO
(a Valentiniano)
Mis fieles seguidores, esperaron su paso.
Cuando él llegó,
antes de que pudiera sospechar nada,
fue atacado y cayó entre ellos.

MÁXIMO
(para sí)
¡Oh, qué suerte inesperada!

FULVIA
¡Ay, dioses, muero!

(cae de rodillas cubriéndose el rostro)

VALENTINIANO
(a Varo)
¡Corre y esconde el cadáver!
Ninguno de sus seguidores
debe saber la muerte de Aecio.

VARO
Tu deseo es una orden.

(sale)

VALENTINIANO
Fulvia ¿no dices nada?
Ahora es el momento de hablar. ¿Por qué
no me llamas ahora "generoso monarca"?

FULVIA
(como anteriormente)
¡Ay, tirano! Yo querría...
¡Esposo desdichado!

MÁXIMO
Permite, ¡oh, señor!
que desahogue su injusto dolor.

Escena Nona

HONORIA
¡Buenas noticias, Augusto!

VALENTINIANO
¿Qué dice Honoria?
Tu rostro alegre promete felicidad.

HONORIA
¡Aecio es inocente!

VALENTINIANO
¿Cómo?

HONORIA
Emilio habló. Al impío ministro
en mis habitaciones
moribundo hallé oculto,

MÁXIMO
(para sí)
¡Estoy perdido!

VALENTINIANO
¿En tus habitaciones?

HONORIA
Sí. Herido por ti, allí se ocultó ayer a la noche.
Oí de sus propios labios
que Aecio es inocente.
Augusto, quien está muriendo, no miente.

VALENTINIANO
¿Y, al menos te reveló
quién fue el criminal
que le encargó que me atacara?

HONORIA
Me dijo: Es una persona
muy apreciada por el César,
y que por él fue ultrajada en materia de amor.

VALENTINIANO
Pero ¿su nombre?

HONORIA
Emilio ya se aprestaba a decirlo,
sobre sus labios afloraba una palabra;
pero su último aliento evitó que dijera
el nombre del instigador.

VALENTINIANO
¡Ah, qué desdicha!

MÁXIMO
(para sí)
¡Qué peligro!

FULVIA
(a Valentiniano)
Ahora di, tirano, si mi esposo era un traidor,
si fue justo castigarlo.
¿De qué me sirve que tú lo llores? ¡Impío!
Ahora ¿quién le devolverá la vida?

HONORIA
¡Fulvia! ¿Qué dices?
¿Murió Aecio?

FULVIA
Sí, princesa.
¡Ah, huye de tu cruel hermano!
Es una fiera que se alimenta de sangre,
y de sangre inocente.
Él ha vencido cualquier remordimiento;
no siente horror de nada y su crueldad es infinita.
¡Incluso tu vida, Honoria, está en peligro!

HONORIA
¡Ay, inhumano! ¿Y pudiste...

VALENTINIANO.
¡Honoria, oh dioses, no me insultes!
Lo reconozco, me equivoqué, pero soy
más digno de piedad que de acusaciones.
El temor me aconsejó.
Estas son las personas más apreciadas por mí:
¿en quién buscaré al traidor,
si yo no he ofendido a nadie?

HONORIA
¿Que no has ofendido a nadie?
Que tu mente recuerde el pasado
y no se olvide de la esposa de Máximo.
Tus los locos amores asediaron su honestidad.

MÁXIMO
(para sí)
¿Cómo podré salvarme?

VALENTINIANO
¿Y tengo que creer
que él recuerda menos mis favores
que mi arrebato juvenil?

HONORIA
¿Todavía no sabes
que el ofensor olvida,
pero que no lo hace quien recibió el ultraje?

FULVIA
(para sí)
Mi padre está en peligro.

VALENTINIANO
¡Ah, eso es bien cierto, dices la verdad!
Pero ¿qué haré?

HONORIA
¿Ahora pretendes que yo te aconseje?
Si únicamente tú fuiste quien causó el daño,
sólo tú piensa en cómo repararlo ¡oh, tirano!

(sale)

Escena Décima

MÁXIMO
César, eres demasiado ingrato
si sospechas de mi fidelidad.

VALENTINIANO
¡Ah, lo que dijo Honoria
me despertó de mi sueño!
Máximo, este es el momento de exculparte.
Hasta que el culpable no sea encontrado,
culpable te creeré.

MÁXIMO
¿Por qué? ¿Qué error?
¿Sólo porque Honoria lo diga?
¡Qué injusticia es la tuya!

FULVIA
(para sí)
¡Padre desdichado!

VALENTINIANO
Justo es el temor. Dijo Emilio al morir
que el traidor me es querido
y que yo lo ofendí en materia de amor.
Todo te señala a ti, Máximo.
Si tú eres inocente, piensa en como probarlo;
mientras tanto, estaré prevenido de ti.

FULVIA
(para sí)
¡Que el Cielo me asista!

VALENTINIANO
¿Qué otra persona podría obrar contra mí?
¡Eh, guardias!

FULVIA
¡Cruel, escucha: yo soy la culpable!
Yo encomendé a Emilio que te matara.
Ésa soy yo, que tan amada fui por ti
para mi fatal desdicha.
A mí, ¡pérfido! fue a quien ultrajaste en amor,
cuando ofreciste a mi esposo a Honoria.
¡Ah, si contrarios no fueran los astros
a mis deseos,
ya estaría vengada,
y mi esposo reinaría!
El mundo y Roma no gemirían oprimidos
por un corazón tirano y una mano vil.
¡Oh, esperanza anhelada! ¡Oh, adversas estrellas!

MÁXIMO
(para sí)
¡Qué ingeniosa piedad!

VALENTINIANO
Me encuentro confundido.

FULVIA
(para sí)
Que mi padre se salve,
y se acabe el mundo para mí.

VALENTINIANO
¿Una traición tan cruel pudiste imaginar?
¿Y llevarla a cabo? ¿Y jactarte ahora de ella?

FULVIA
Aecio murió inocente por mi culpa,
no quiero que también muera inocente,
el padre por Fulvia.

VALENTINIANO
Por lo menos, Máximo, eres fiel.

MÁXIMO
Entonces, Augusto, el culpable soy yo.
Si esa indigna
tanto pudo olvidar su fidelidad,
por el error de la hija es culpable el padre.
¡Castígame, asegura tu vida con mi muerte!
Un día, el natural cariño
que por su prole
en todo corazón existe,
podría contaminar la fidelidad del padre.

VALENTINIANO
Que el destino a su placer disponga de mí.
Yo me entrego a él. Estoy cansado de temer.
Si tantas preocupaciones tiene que dar la vida,
no, ya no me interesa.
En la extrema incertidumbre,
por falta de esperanzas, claudico.

Por todos lados el temor
me señala peligros.
Perdamos la vida,
que acabe el martirio.
Es mejor morir
qué vivir así.
La vida me disgusta
si el destino,
en un solo día,
me arrebata la esperanza, la paz,
a mi amante y al mi amigo.

(sale)

Escena Undécima

MÁXIMO
Se ha marchado.
Por ti yo vivo ¡oh, hija! por ti respiro.
¡Con cuánta fuerza has ocultado tu ternura!
¡Ah, deja, mi esperanza, mi sostén,
mi querida defensora, que finalmente te abrace!

(quiere abrazar a Fulvia)

FULVIA
¡Déjame, padre cruel!

MÁXIMO
¿Por qué me rechazas?

FULVIA
Todas mis desdichas provienen de ti.
Que sea suficiente que para salvarte,
me haya acusado a mí misma.
¡Vete, no me recuerdes
cuánto por ti he perdido,
qué es lo que soy por tu culpa, y qué eres tú!

MÁXIMO
¿Rechazas el sincero testimonio
de agradecimiento de tu padre? Ven...

(nuevamente intenta abrazarla)

FULVIA
¡Por piedad, déjame en paz!
Si me estás agradecido,
¡toma esa espada y mátame, oh, padre!
Esa gracia, con el llanto en los ojos,
pide al padre la hija que lo salvó.

MÁXIMO
Enjuga las injustas lágrimas.
Aleja tus penas,
que, si yo por ti vivo,
tú reinarás por mí.
Espero poder aliviar
tu penosa aflicción
regalándote un imperio,
con la sangre de un tirano
que aún no ha sido castigado
por las injurias que nos hizo.

(sale)

Escena Duodécima

FULVIA
¡Pobre de mí! ¿Dónde estoy?
¿Son los aires de Tíber los que respiro?
¿Vago por las calles
de Tebas y de Argos;
o ya llegaron aquí de las griegas playas,
tan fecundas en tragedias,
las domésticas Furias
parientes de Cadmo y Atreo?
Allá, de un monarca injusto
la ingrata crueldad me inspira el horror;
aquí, de un padre traidor
la culpa me paraliza;
A mi inocente esposo veo siempre frente a mí.
¡Oh, imágenes funestas!
¡Oh, recuerdos! ¡Oh, martirio!
¿Y aún hablo, infeliz de mí, y aún respiro?

¡Ah! No soy yo la que hablo,
es el bárbaro dolor
que rompe mi corazón
y me hace delirar.
No le importa al tirano cielo
los afanes en que me veo envuelta.
Un rayo le pido que me envíe
y un rayo no tiene para mí.

(sale)

Escena Decimotercera

(Capitolio con el pueblo reunido)

MÁXIMO
¡Horrorízate, oh Roma!
El temor de Atila, el caudillo invicto,
tu libertador, cayó asesinado.
¿Y quién lo mató? ¡Ay!
La injusta homicida fue la envidia del Augusto.
Es así el modo en que un tirano premia.
¿Que hará ahora de nosotros
quién tanto nos oprime?
¡Ah, vengad romanos a vuestro héroe!
Recordad hoy la gloria antigua.
¡Del yugo indigno liberad a la patria!
Defended del inminente peligro
el honor, la vida, las esposas y los hijos.

(en acto de marcharse)

VARO
¡Máximo, detente!
¿Qué rebelde deseo, qué furor te aconseja?

MÁXIMO
Varo, ¡detenme, o secúndame!
Quien quiera salva a la patria
que empuñe su arma y me siga.

(todos alzan las espadas señalando al Capitolio)

He aquí el camino,
por el que Roma y el imperio
obtendrán su libertad.

(parte, seguido del pueblo, hacia el Capitolio)

VARO
¡Qué indigno!
Impulsa la muerte de un inocente
y luego conduce al pueblo romano a la venganza.
Ve pues, quizás el plan le será funesto,
a quién lo pensó. Ve, traidor...
Pero ¿qué alboroto es ése?

(se oye un breve sonar de trompetas y tímpanos)

Oigo resonar en torno al Capitolio
cientos de voces y el fragor del combate.
¿Qué hacer?
¡Vayamos!
Que sea un estímulo para mi alma
la obligación con el amigo
y el deber de súbdito.

(sale)

Escena Decimocuarta

(Se ven bajar del Capitolio, combatiendo, a
los guardias imperiales contra los sublevados.
Aparece Valentiniano sin manto y con la espada
rota, defendiéndose de dos conjurados; luego sale
Máximo empuñando su espada, después Fulvia)

VALENTINIANO
(a Máximo)
¡Ah, traidores!
¡Amigo, socorre a tu señor!

MÁXIMO
¡Deteneos, yo mismo quiero matar al tirano!

FULVIA
(se interponiéndose)
¿Padre, que haces?

MÁXIMO
¡Castigo a un impío!

VALENTINIANO
¿Es esta la lealtad de Máximo?

MÁXIMO
¡Ya he fingido demasiado contigo!
Si mi enviado, Emilio, mal ejecutó mi orden,
por esta mano caerás.

VALENTINIANO
¡Ah, inicuo!

FULVIA
El pecho del Augusto
no atravesará esa espada,
si antes mi padre no me quita la vida.

MÁXIMO
¡El César morirá!

Escena Última

(Aecio y Varo con sus espadas en la mano,
pueblo y soldados; luego Honoria)

AECIO, VARO
¡El César vivirá!

FULVIA
¡Aecio!

VALENTINIANO
¡Qué veo!

MÁXIMO
¡Ah, destino adverso!

(arroja su espada al suelo)

HONORIA
¡El Augusto está a salvo!

VALENTINIANO
(señalando a Aecio)
¡Mira quien me salvó!

HONORIA
(a Aecio)
¡General!
¿Cuál de los dioses te ha protegido?

AECIO
El celo y la piedad de mi amigo Varo.

VALENTINIANO
¿Cómo?

VARO
Te mentí.
Fingí matar a Aecio,
pero en él resguardé a tu salvador.

FULVIA
¡Próvida infidelidad!

AECIO
César, el Cielo ha permitido
que tú debas la vida
a estas manos,
que creíste desleales. ¡Vive!
No busco un triunfo mayor y,
si aún te queda sobre mí alguna duda escucha:
¡aquí me entrego de nuevo como prisionero!

VALENTINIANO
¡Alma noble,
que no tiene igual!
Recibe de mi pecho
la prenda de mi ternura y arrepentimiento:

(señalando a Fulvia)

He allí a tu esposa.
Que Honoria se disponga a casarse con Atila.
Yo sé bien que ella, generosamente,
cede tu mano a Fulvia.

HONORIA
Es poco el sacrificio para tanta lealtad.

AECIO
¡Ah, qué felicidad!

FULVIA
¡Oh, qué dicha!

AECIO
Concede, Augusto, por mi ruego,
el perdón a Varo y la vida a Máximo.

VALENTINIANO
A tal intercesor nada puedo negarle.

CORO
En el dudoso camino de la vida
se pierde el pensamiento humano.
La inocencia es el astro divino,
que alumbra entre las sombras el sendero.



Digitalizado y traducido por:
José Luís Roviaro 2012